martedì 11 aprile 2017

Se saprai starmi vicino

Se saprai starmi vicino, 
e potremo essere diversi, 
se il sole illuminerà entrambi 
senza che le nostre ombre si sovrappongano, 
se riusciremo ad essere “noi” in mezzo al mondo 
e insieme al mondo, piangere, ridere, vivere. 

Se ogni giorno sarà scoprire quello che siamo 
e non il ricordo di come eravamo, 
se sapremo darci l'un l'altro 
senza sapere chi sarà il primo e chi l'ultimo 
se il tuo corpo canterà con il mio perché insieme è gioia… 

Allora sarà amore 
e non sarà stato vano aspettarsi tanto.

Pablo Neruda

sabato 26 novembre 2016

L'eredità di Fidel Castro


...Parliamo degli aspetti positivi di Cuba. Cominciamo con l'istruzione.
«Il 100 per cento dei bambini va a scuola. Abbiamo istituti specializzati per i giovani handicappati, che sono circa 50 mila nel nostro paese».
Anche i giovani adulti possono riprendere gli studi.
«Sì, c'è un nuovo programma per quelli fra i 17 e i 30 anni. Hanno diritto a borse di studio e quelli che già lavorano continuano a percepire interamente il salario».
A Cuba c'è il maggior numero di insegnanti al mondo in rapporto alla popolazione.
«Il doppio che nel continente americano. In media, un professore ogni venti studenti. Solo la Danimarca è più avanzata di noi».
Voi utilizzate molto la radio.
«Sono convinto che gli 800 milioni di analfabeti esistenti oggi nel mondo potrebbero imparare a leggere e scrivere in meno di 5 anni grazie a questo tipo di programmi radiofonici che abbiamo messo a punto».
Cuba vanta un record anche nel campo sanitario.
«Abbiamo 70 mila medici per 11 milioni di abitanti. Il tasso di mortalità infantile, che era del 60 per mille prima del 1959, è sceso al 6,5 per mille. In America è il 7 per mille».
La vita media su quale età si aggira?
«È salita da 61 a 76 anni e speriamo di arrivare ben presto agli 80».
Cuba è famosa anche per i suoi "dottori" sparsi nel mondo.«Più di 3 mila medici, pagati dal governo, lavorano all'estero, la maggior parte in regioni molto remote che i loro colleghi occidentali sarebbero incapaci di raggiungere. Questo è quello che io chiamo il nostro capitale umano. I paesi occidentali, dove invece il capitale finanziario viene al primo posto, non potrebbero inviare tanti medici così lontano».
A Cuba non esiste lo sport professionistico.
«Lo sport è un diritto del popolo, un mezzo per migliorare le sue condizioni fisiche e abituarsi allo spirito di sacrificio. Noi possiamo vantare la più alta percentuale pro capite al mondo di medaglie olimpiche».
La pubblicità è proibita, come il divismo.
«Salvo per le campagne contro il fumo, non è consentita a Cuba. Il culto della personalità l'abbiamo bandito fin dai primi giorni della rivoluzione. Nessun nome di un leader vivente può essere utilizzato, ad esempio, per battezzare una scuola o una strada».
Non ci sono manifesti né statue di Castro.
«Nemmeno una. E neanche foto ufficiali».
La popolazione è coperta al 100 per cento da una rete di protezione sociale. E, cosa ancor più sorprendente per un paese socialista, l'85 per cento dei cubani ha una casa in proprietà.
«Nel nostro sistema socialista vi sono persone che ne possiedono anche più d'una, mai decine. L'alloggio non dev'essere un business».
Chi sono i più ricchi a Cuba?
«Gli agricoltori che vendono sui mercati privati e depositano i loro risparmi in banca a un tasso d'interesse dell'8 per cento. Ci sono anche artigiani che lavorano in proprio. E questo crea a volte delle gelosie».
Non ho visto armi da fuoco in circolazione.
«È vero. Gli atti di violenza qui sono rarissimi. Non rientrano nella nostra cultura. Questo dipende, io credo, dalla buona educazione della popolazione».

parte di intervista di Oliver Stone a Fidel Castro

martedì 15 novembre 2016

Lo Spirito Santo nella mente del laico


In una recente omelia, papa Francesco ha spiegato con accenti innovativi una figura fondamentale per i credenti ma che ha rilievo anche per i non credenti, il "perfetto sconosciuto" di San Paolo. Perché gli esseri umani possiedono facoltà di pensiero, di fantasia e di creatività.

"UN PERFETTO sconosciuto o addirittura un prigioniero di lusso", così ha detto papa Francesco durante l'Omelia pronunciata durante la messa nella cappella di Santa Marta.
...Chi è costui? Fa parte del nostro mondo? O soltanto di quello dei credenti? Il tema è fondamentale per gli uni ed anche per gli altri ed è lo Spirito Santo che fa parte del mistero trinitario. Quello che per primo ne ha parlato è stato il tredicesimo apostolo, Paolo di Tarso, che in una sua lettera alla comunità di Efeso fece per l'appunto un cenno a questa terza persona trinitaria. Prima d'allora praticamente non se n'era mai parlato, gli apostoli avevano Dio come Padre e Gesù come Figlio.
Paolo di Tarso non conobbe mai Gesù, non fu tra i suoi dodici apostoli, ma come tale egli disse se stesso e gli altri dissero lui. Non aveva mai conosciuto Gesù, in uno dei suoi viaggi di commercio cadde da cavallo e svenne e durante lo svenimento, mentre lentamente si riaveva, vide un'immagine affascinante da tutti i punti di vista che la sua mente ancora non totalmente riavutasi interpretò come l'immagine di Gesù. Di fatto fu il tredicesimo apostolo e sostanzialmente fu il vero fondatore della religione cristiana.
A proposito dello Spirito Santo ne troviamo appunto una menzione negli Atti degli apostoli dove sono raccolte tutte le memorie, le lettere, le comunicazioni tra gli uni e gli altri. Paolo scrisse molte lettere alle varie comunità cristiane che man mano si formarono. Non risulta che abbia lasciato altri libri e tanto meno vangeli, ma quelle lettere furono quasi sempre fondamentali per la costruzione della religione e in realtà ne costituirono il corpo dottrinario.
Dello Spirito Santo parla appunto per la prima volta nella sua Lettera agli Efesini. Papa Francesco fa riferimento ad essa nella sua omelia cui abbiamo accennato. Ecco il brano che merita citazione (Atti degli apostoli 19.1/8): "Paolo incontra a Efeso alcuni discepoli che credevano in Gesù e fa loro questa domanda: "Avete ricevuto lo Spirito Santo quando siete venuti alla fede?". E loro, dopo essersi guardati un po' stupiti, gli hanno risposto: "Non abbiamo nemmeno sentito dire che esista uno Spirito Santo". Erano dunque discepoli buoni ma non avevano mai sentito quel nome. Paolo riprende subito il dialogo domandando quale battesimo avessero ricevuto. E i discepoli: "Quello di Giovanni". Così Paolo spiega loro che quello era un battesimo di penitenza, di preparazione. Ascoltando Paolo i discepoli di Efeso si fecero battezzare nel nome del Signore Gesù. Si legge negli Atti: "E non appena Paolo ebbe imposto loro le mani discese su di loro lo Spirito Santo e si misero a parlare in lingue e a profetizzare". Dunque è un cammino: il cammino di conversione, ma mancava il battesimo e poi l'imposizione delle mani perché venisse lo Spirito Santo".
Papa Francesco si è soffermato come abbiamo visto molto su questo colloquio tra Paolo e gli Efesini riportato dagli Atti. Ma poi continua lui a commentare: "Se noi domandiamo a tante brave persone: chi è lo Spirito Santo per te? E che cosa fa e dov'è? L'unica risposta sarà che è la terza persona della Trinità. Esattamente come hanno imparato a catechismo. Certo sanno che il Padre ha creato il mondo perché la creazione è attribuita al Padre. E sanno anche che il Figlio è Gesù che ci ha redenti e ha dato la vita per tutti noi. Dunque riguardo allo Spirito Santo sanno soltanto che è la terza persona della Trinità, ma se gli chiedi che cosa fa? Ti rispondono che è lì. E così si fermano i nostri cristiani".
Segue la spiegazione di Francesco: "Lo Spirito Santo è quello che muove la Chiesa, è quello che lavora nella Chiesa, nei nostri cuori; è quello che fa di ogni cristiano una persona diversa dall'altra ma da tutti insieme fa l'unità. Dunque lo Spirito Santo è quello che porta avanti, spalanca le porte e ti invia a dare testimonianza di Gesù".
Questo è quel "perfetto sconosciuto" di cui in realtà dopo la lettera di Paolo agli Efesini quasi nessuno ha più parlato in termini dottrinali. Francesco, come in tante altre occasioni, ha rotto il silenzio e ha fornito nuova materia alla sua Chiesa di missione di acculturare nel modo giusto i missionari e coloro che ne seguiranno la predicazione.
A questo punto, leggiamo sull'Osservatore Romano del 10 maggio scorso, papa Francesco ha messo in guardia da un pericolo: quando non siamo all'altezza di questa missione dello Spirito Santo e non lo riceviamo così, si finisce per ridurre la fede ad una morale, ad un'etica. E si pensa che adempiere a tutti i comandamenti sia abbastanza ma niente di più. E così ci diciamo: questo si può fare, questo non si può fare, fino a qui sì, fino là no, cadendo nella statistica e in una morale fredda. Ma, ha ricordato il Papa, la vita cristiana non è un'etica, è un incontro con Gesù Cristo e chi ci porta a quell'incontro è proprio lo Spirito Santo.
Questo è il "perfetto sconosciuto" che Francesco ci fa conoscere benissimo. Paolo ha aperto la questione, ma Francesco dopo duemila anni la porta di gran lunga più avanti.

Questo tema interessa moltissimo i cristiani ma interessa moltissimo anche i non credenti. Vi domanderete probabilmente il perché e nella seconda parte di questo articolo cercheremo di spiegarlo.

Tutte le persone che appartengono alla nostra specie hanno un "me" dentro al proprio "sé" e tutti hanno anche un "noi". Siamo una specie socievole che cerca gli altri poiché ne ha bisogno.
Gli animali, dai quali la nostra specie deriva, sono anch'essi socievoli nei modi più vari e diffusi. Il "noi" animalesco è strettamente connesso al sesso e alla procreazione. Non hanno invece il "me" poiché la loro mente (nei limiti in cui di mente si può parlare) non è riflessiva, non si vede vivere, non si vede invecchiare. Il "noi" fa parte dei bisogni primari, il "me" non esiste salvo per alcuni animali nobili e addomesticabili: il cavallo, il cane, numerose qualità di scimmie, i gatti; e pochissimi altri. Questi, se escono dalla selvatichezza, accettano o addirittura cercano un capo, un punto vivente di riferimento del quale eseguono le parole d'ordine e perfino comunicano sentimenti di affetto e di attaccamento quasi sempre ricambiati.
Ma torniamo alla nostra specie, che ha come segnali di distinzione la capacità di vedersi vivere, la volontà consapevole, la memoria di quanto è accaduto a lui, alla sua famiglia e addirittura alla propria specie come storia documentata nei vari modi con i quali la scienza coglie le tracce del passato.
La scienza studia anche l'universo in cui viviamo, le forme di energia che lo pervadono e ci pervadono; insomma il quadro dove anche la nostra vita si svolge e le forze astrali che la dominano.
La nostra specie ha un suo spirito. Definirlo non è facile. Lo spirito è un elemento immateriale? Così lo concepisce una conoscenza elementare, ma è sbagliato. Non lo si vede con gli occhi, non lo si ascolta con l'udito, non lo si percepisce col tatto. Sfugge ai cinque sensi dei quali il nostro corpo dispone, ma è un'energia e l'energia non è immateriale, la si misura, sviluppa campi magnetici, onde che la trasportano, leggi di gravità che determinano l'attrazione reciproca dei corpi astrali, velocità cosmiche del micro e del macro e mille altre cose ancora. Vi sembra immateriale tutto questo? Forse quella parole è usata male. Forse in tutto l'esistente, quello che noi definiamo cosmo, non c'è nulla di immateriale, salvo...
Salvo i pensieri, le fantasie, la creatività. Il Dio delle religioni, quello è immateriale perché deriva da un nostro pensiero creativo. È un'invenzione, una favola che ci raccontiamo e se non ce la raccontassimo quel soggetto che chiamiamo Dio non esisterebbe.
Ecco dunque che cos'è lo spirito: la nostra capacità di inventare pensando, di creare pensando, di raccontarci pensando.
Denis Diderot disse una frase diventata celebre in uno dei suoi dialoghi, si chiama: Le Rêve de D'Alembert. Era seduto su una panchina nei giardini di Palais Royal e pensava le cose più strane che gli venivano in mente e poi fuggivano via, un attimo dopo altri pensieri gli arrivavano e poi dileguavano. E mentre questo giro di pensieri frequentava la sua mente, i suoi occhi guardavano in fondo al giardino dove alcune "ragazze di vita" acchiappavano i clienti e li portavano a far l'amore in alcune pensioni esistenti apposta sotto i portici di quel giardino. Dopo un po' uscivano e accalappiavano altri clienti.
Come i miei pensieri, dice a questo punto Diderot, e qui la celebre frase: "Mes pensées, ce sont mes catins". I miei pensieri sono le mie puttane. L'ho citata varie volte questa frase perché mi sembra una definizione perfetta dello spirito. Mes pensées, ce sont mes catins. Immateriale e materialissimo insieme. Lo spirito è così e il suo modo d'essere non l'ha definito la mente. La mente è immateriale e materialissima perché è il cervello che la crea. La crea e la modifica di continuo. Un organo del corpo in contatto con tutti gli altri organi, sostanze che lo modificano, realtà che cambia e con essa cambia la mente. Questa è la nostra specie, quando l'animale divenne bipede e sollevò la testa verso il cielo. E vide sé stesso vivere.
Dunque lo spirito c'è, noi l'abbiamo. È condizionato dalla mutabilità del corpo, ma a sua volta lo condiziona. E si domanda se, dopo la morte, esiste un aldilà. A volte dice no, a volte dice sì e in questo caso cerca di immaginare che cosa sia quell'aldilà. Così è nato Dio che inevitabilmente morirà quando la nostra specie, come tutte le cose che nascono, scomparirà.
Ma se la mente non si pone affatto il problema dell'aldilà, Dio da quella mente non viene neppure immaginato, neppure inventato. La morte, la sorella morte, quella sì, tutti noi sappiamo che verrà e al momento decisivo ci toccherà la spalla e tutto sarà finito. Se tutte le menti pensassero in questo modo Dio non esisterebbe per nessuno. Ma un'altra domanda si pone: chi ha creato l'Universo in cui viviamo? Una risposta scientifica spiega come è fatto ma non come è nato e come morirà. Si può pensare che sia eterno? La parola eternità evoca la categoria del tempo. Ecco un'altra domanda: che cos'è il tempo? La nostra specie pensa il tempo e lo applica a tutte le entità viventi e perfino a quelle non viventi. Il tempo è Dio? È un'ipotesi che la mente è in grado di formulare. I poeti li fondarono e li hanno fatti diventare un mito.
I miti sono molti e ci aiutano a vivere. Uno è l'amore, rappresentato da Eros, signore dei desideri. L'altro è il tempo pensato dalla mente. Le Parche tessono la vita col compito di tagliare il filo di quel tessuto. Le Parche dunque sono quelle che chiamiamo destino. Oppure caso. Sembrano opposte queste due parole ma ad esaminarle con attenzione sono eguali, esprimono lo stesso concetto che la cultura classica chiamava il Fato, alla cui legge dovevano obbedire non solo gli uomini ma perfino gli Dei. Dunque il tempo e il fato. Chi li ha creati? Noi, li abbiamo creati noi. E quindi siamo noi i creatori della nostra vita e delle sue leggi. Ogni specie ha le proprie, ma solo la nostra pensa a noi stessi ed anche agli altri. Questo è lo spirito e forse dovevano sentirlo anche i nostri antenati come fece Paolo di Tarso quando interrogò i cristiani di Efeso. Anche il suo Spirito Santo inventava la vita nel modo con cui il tredicesimo apostolo la inventò.

Eugenio Scalfari

martedì 26 luglio 2016

Consapevolezza del respiro

La quattro Nobili verità non possono semplicemente essere comprese a livello intellettuale. Racchiudono idee chiave, quali non dualismo, vuoto, non-sé, interessere e senza-segno, che si possono comprendere solo attraverso la pratica. La pratica fondamentale del Buddha è la consapevolezza del respiro. Prima di poterci dedicare a qualsiasi azione etica o poterla praticare dobbiamo iniziare con il respiro. La consapevolezza del nostro respiro è la prima azione etica pratica per noi disponibile. E' l'unico modo in cui possiamo iniziare a capire davvero la sofferenza di base degli esseri umani e come potremmo trasformarla.
Quando osserviamo tutta la sofferenza intorno a noi, la povertà, la violenza o il cambiamento climatico potremmo voler risolvere subito questi problemi. Vogliamo fare qualcosa. Ma per fare qualcosa in maniera efficace ed etica dobbiamo essere al meglio delle nostre capacità, così da poter gestire la sofferenza.
Riuscire a fermarsi, respirare e camminare o muoversi in consapevolezza sono la chiave per la pratica. Lo si può fare ovunque, in qualsiasi momento. Possiamo dire:

Inspirando so che questa è la mia inspirazione.
Espirando so che questa è la mia espirazione.

E' molto semplice, ma estremamente efficace. Quando rivolgiamo l'attenzione alla nostra inspirazione e alla nostra espirazione smettiamo di pensare al passato, smettiamo di pensare al futuro e cominciamo a tornare a noi stessi. Tornare a noi stessi è la prima cosa da fare, persino per politici, scienziati ed economisti. Non pensare che questa pratica non si applichi a te. Se non torniamo a noi stessi non possiamo essere al meglio delle nostre capacità e servire il mondo nel modo migliore. Dobbiamo essere noi stessi per essere al nostro meglio. La qualità del nostro essere è il fondamento per la qualità delle nostre azioni.

Inspirando sono consapevole del mio intero corpo.
Espirando sono consapevole del mio intero corpo.

Respirare consapevolmente ci riporta al nostro corpo. Dobbiamo innanzitutto prendere atto del nostro corpo perché è li che si accumulano tensione e sofferenza. Respirando in tal modo creiamo una sorta di riunione di famiglia fra mente e corpo. La mente diviene una mente nel corpo.
Se siamo veramente consapevoli sappiamo che nel nostro corpo esistono tensione e dolore. Non possiamo fare del nostro meglio se non sappiamo lasciare andare la tensione e il dolore in noi stessi.

Inspirando sono consapevole della tensione presente nel mio corpo.
Espirando lascio andare tutta la tensione presente nel mio corpo.

Possiamo fare subito qualcosa per migliorare noi stessi e lasciar uscire la nostra tensione e sofferenza in modo da poter vedere e agire più chiaramente.
Con il espiro consapevole, corpo e mente si uniscono, stabili nel qui e ora, e noi possiamo gestire più facilmente le situazioni difficili nella nostra vita. Il respiro consapevole porta più benessere nel nostro corpo. In un solo respiro possiamo riconoscere e lasciar andare la tensione presente in noi.
Possiamo usare inspirazione ed espirazione  perché ci aiutino a notare le sensazioni dolorose dentro di noi. Con l'inspirazione possiamo prendere atto di tali sensazioni e con l'espirazione possiamo lasciarle andare.

Inspirando sono consapevole del sorgere di una sensazione spiacevole.
Espirando lascio andare la sensazione dolorosa.

E' un modo non violento e delicato di aiutare il nostro corpo a lasciare andare tensione e sofferenza. E' possibile praticare il respiro consapevole allo scopo di suscitare un senso di gioia, un senso di felicità. Quando siamo ben nutriti e sappiamo creare gioia, siamo abbastanza forti per gestire il profondo dolore presente in noi stessi e nel mondo.
Con un'unica inspirazione ed ispirazione possiamo praticare tutte le quattro Nobili Verità: prendiamo atto della tensione o sofferenza e la chiamiamo con il suo vero nome; la lasciamo andare e permettiamo alla felicità di instaurarsi.

Thich Nhat Hanh (Le quattro Verità sull'esistenza)

lunedì 11 luglio 2016

Anime Erranti



Ci sono anime, che io chiamo anime erranti, perché qui, in questo mondo non troveranno mai niente che le appaghi, ma non per superbia, ma forse, e dico forse, perché è talmente grande il loro vuoto che non c’è niente di così immenso che possa colmarlo. Esse nascono per un altrove, fosse anche lo spazio siderale più profondo ma non in questa realtà che altro non è che un mero passaggio.

Charles Baudelaire

giovedì 30 giugno 2016

Anima mia


Percorrevo la strada del giorno e tu camminavi invisibile al mio fianco, mettendo insieme tutti i pezzi e facendomi scorgere in ogni frammento l'intero. Hai tolto quando io pensavo di trattenere e mi hai dato quando non mi attendevo nulla. E continuamente, da lati sempre nuovi e inattesi, facevi nascere eventi decisivi per il mio destino. Là dove seminavo, tu mi rubavi il raccolto, e dove non seminavo, mi donavi frutti a profusione. E in continuazione perdevo il sentiero per poi ritrovarlo lì dove non me lo sarei mai aspettato. Tu mantenevi viva la mia fede, quando ero solo e prossimo alla disperazione. In ogni momento cruciale mi hai donato fiducia in me stesso.

Jung - Libro Rosso

venerdì 15 aprile 2016

Il pallido puntino blu

Guardate ancora quel puntino. È qui. È casa. Siamo noi. Su di esso, tutti quelli che amate, tutti quelli di cui avete mai sentito parlare, ogni essere umano che sia mai esistito, hanno vissuto la propria vita. L’insieme delle nostre gioie e dolori, migliaia di presuntuose religioni, ideologie e dottrine economiche, ogni cacciatore e raccoglitore, ogni eroe e codardo, ogni creatore e distruttore di civiltà, ogni re e suddito, ogni giovane coppia innamorata, ogni madre e padre, figlio speranzoso, inventore ed esploratore, ogni predicatore di moralità, ogni politico corrotto, ogni “superstar”, ogni “comandante supremo”, ogni santo e peccatore nella storia della nostra specie è vissuto lì su un granello di polvere sospeso dentro ad un raggio di sole.
La Terra è un piccolissimo palco in una vasta arena cosmica. Pensate ai fiumi di sangue versati da tutti quei generali e imperatori affinché, nella gloria ed il trionfo, potessero diventare i signori momentanei di una frazione di un punto. Pensate alle crudeltà senza fine impartite dagli abitanti di un angolo di questo pixel agli abitanti scarsamente distinguibili di qualche altro angolo, quanto frequenti i loro malintesi, quanto smaniosi di uccidersi a vicenda, quanto ferventi i loro odii. Le nostre ostentazioni, la nostra immaginaria autostima, l’illusione che abbiamo una qualche posizione privilegiata nell’Universo, sono messe in discussione da questo punto di luce pallida. Il nostro pianeta è un granellino solitario nel grande, avvolgente buio cosmico. Nella nostra oscurità, in tutta questa vastità, non c’è nessuna indicazione che possa giungere aiuto da qualche altra parte per salvarci da noi stessi.
La Terra è l’unico mondo conosciuto che possa ospitare la vita. Non c’è nessun altro posto, per lo meno nel futuro prossimo, dove la nostra specie possa migrare. Visitare, sì. Abitare, non ancora. Che vi piaccia o meno, per il momento la Terra è dove ci giochiamo le nostre carte. È stato detto che l’astronomia è un’esperienza di umiltà e che forma il carattere. Non c’è forse migliore dimostrazione della follia delle vanità umane che questa distante immagine del nostro minuscolo mondo. Per me, sottolinea la nostra responsabilità di occuparci più gentilmente l’uno dell’altro, e di preservare e proteggere il pallido punto blu, l’unica casa che abbiamo mai conosciuto.

Carl Sagan commentò cosi, nel 1994, la fotografia chiamata Pallido puntino blu.
Il pallido puntino blu è la terra vista da Voyager 1 a sei miliardi di chilometri di distanza.
Due anni dopo, Sagan perse la battaglia con la mielodisplasia. Nel 2008 le sue parole furono portate sulla superficie di Marte.

Tentare una storia d'amore

Le fragilità della famiglia riflettono le fragilità della società e come facciamo fatica a vivere insieme nella società, facciamo altrettanta fatica a tentare insieme una storia d’amore.
Nella fascia tra i 18 e i 45 anni la crescita dei single dal 2000 è del 62%. Questa è la prima cosa che ci deve preoccupare perché, se addirittura si sceglie di non fare nessuna storia d’amore, significa effettivamente che c’è un individualismo che prima o poi si manifesterà con patologie di solitudine le quali mineranno profondamente il senso della vita di ciascuno.
Io credo che effettivamente c’è un modello che ci dovrebbe preoccupare, è l’uomo absolutus, permettetemi la parola latina, è l’uomo senza legami, senza vincoli, che oggi è diventato un modello, meno vincoli uno ha, meno legami uno ha e più può decidere e pensare la propria vita e quindi conseguire la propria felicità. 

La società è diventata fragile, non c’è molto senso di appartenenza, è scomparso il senso della responsabilità comune, facciamo altrettanta fatica a tentare insieme una storia d’amore.

Enzo Bianchi

giovedì 7 aprile 2016

Amore dopo amore



Tempo verrà
in cui, con esultanza,
saluterai te stesso arrivato
alla tua porta, nel tuo proprio specchio,
e ognuno sorriderà al benvenuto dell'altro
e dirà: Siedi qui. Mangia.
Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io.
Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
a se stesso, allo straniero che ti ha amato
per tutta la tua vita, che hai ignorato
per un altro che ti sa a memoria.
Dallo scaffale tira giù le lettere d'amore,
le fotografie, le note disperate,
sbuccia via dallo specchio la tua immagine.
Siediti. È festa: la tua vita è in tavola.

 Derek Walcott

domenica 20 marzo 2016

Siamo un miracolo senza ragione


Il disagio esistenziale è la radice della sofferenza ed è qualcosa a cui nessuno di noi è immune. E’ difficile capirlo perché nasciamo senza il libretto di istruzioni, ci ritroviamo semplicemente già esistenti, non possiamo dire ai nostri genitori perché siamo al mondo perché nemmeno loro lo sanno perché sono al mondo. Noi ci troviamo ad esistere tutti quanti insieme. Questo è un dato di fatto a cui è difficile dare risposte, perché risposte non ce ne sono, esistono soluzioni. L’occidente non ne ha, è caratterizzato da un’estrema lucidità nell’analizzare e focalizzare il problema, facendo scienza, ma non ha trovato le soluzioni. Sartre, nel libro "La nausea" scrive:

Il mondo... questo grosso essere assurdo. Non ci si poteva nemmeno domandare da dove uscisse fuori, tutto questo, né come mai esisteva un mondo invece che niente. Non aveva senso, il mondo era presente dappertutto, davanti, dietro. Non c'era stato niente prima di esso. Niente. Non c'era stato un momento in cui esso avrebbe potuto non esistere. Era appunto questo che m'irritava: senza dubbio non c'era alcuna ragione perché esistesse, questa larva strisciante. Ma non era possibile che non esistesse.

Voglio dire che, per definizione, l’esistenza non è la necessità. Esistere è essere lì, semplicemente : gli esistenti appaiono, si lasciano incontrare ma non li si può mai dedurre. C’è qualcuno, credo, che ha compreso questo. Soltanto ha cercato di sormontare questa contingenza inventando un essere necessario e causa di sé. Orbene, non c’è alcun essere necessario che può spiegare l’esistenza: la contingenza non è una falsa sembianza, un’apparenza che si può dissipare; è l’assoluto, e per conseguenza la perfetta gratuità. Tutto è gratuito, questo giardino, questa città, io stesso. E quando vi capita di rendervene conto, vi si rivolta lo stomaco e tutto si mette a fluttuare … ecco la Nausea.

Noi siamo quelle contingenze di cui parla Sartre, siamo li, gettati, ci ritroviamo a esistere. A chi chiediamo aiuto? Quell’essere “causa sui” non ha senso. Se ci si riflette a fondo, dio non spiega l’esistenza perché dio è esistente esso stesso.
“Non c’è il perché” disse Nietzsche.
L’oriente, al contrario, ci insegna che non ci si ritrae dal mistero del non senso, dall’assurdità dell’essere, ma lo si guarda. Non c’è un luogo dove porsi e dire “questo è l’essere a causa di sé”. Quello è l’ultimo rifugio.
Solo il buddismo ha avuto il coraggio dello stacco completo da quella verità che non è un’opzione, è una necessità, che significa, filosoficamente, l’impossibilità dell’altrimenti, è necessario. La liberazione non è un’opzione, è una necessità…se guardi fino in fondo.

Un fuoco nero che brucia con l’oscura brillantezza di una gemma, prosciuga il vasto cielo e la terra di tutto il loro colore naturale. Nello specchio della mente non si vedono ne montagne ne fiumi. Cento miliardi di mondi agonizzanti tutto per niente. (Akuin)

Akuin, come Buddha, si rese conto che senso non c’era, però non si ritrasse dal mistero del non senso ma lo guardò.

Che meraviglia soprannaturale
Che miracolo è questo
Io attingo acqua dal pozzo
Io porto la legna

Pang-yun

Noi siamo un miracolo senza nessuna ragione, l’esistenza stessa lo è.


sabato 5 marzo 2016

"La vita", Wislawa Szymborska


Un appunto

La vita – è il solo modo
per coprirsi di foglie,
prendere fiato sulla sabbia,
sollevarsi sulle ali;

essere un cane,
o carezzarlo sul suo pelo caldo;

distinguere il dolore
da tutto ciò che dolore non è;

stare dentro gli eventi,
dileguarsi nelle vedute,
cercare il più piccolo errore.

Un’occasione eccezionale
per ricordare per un attimo
di che si è parlato
a luce spenta;

e almeno per una volta
inciampare in una pietra,
bagnarsi in qualche pioggia,
perdere le chiavi tra l’erba;
e seguire con gli occhi una scintilla nel vento;

e persistere nel non sapere
qualcosa d’importante.

Wislawa Szymborska

venerdì 19 febbraio 2016

Un uccello azzurro


Nel mio cuore c'è un uccello azzurro che
vuole uscire,
ma con lui sono inflessibile,
gli dico: rimani dentro, non voglio che
nessuno ti veda.
Nel mio cuore c'è un uccello azzurro che
vuole uscire
ma gli verso addosso whisky e aspiro
il fumo delle sigarette
e le puttane e i baristi
e i commessi del droghiere
non sanno che lì dentro c'è lui.
Nel mio cuore c'è un uccello azzurro che
vuole uscire
ma io con lui sono inflessibile,
gli dico: rimani giù, mi vuoi fare
andar fuori di testa?
vuoi mandare all'aria tutto il mio lavoro?
vuoi far saltare le vendite dei miei libri in Europa?
Nel mio cuore c'è un uccello azzurro che
vuole uscire
solo di notte qualche volta
quando dormono tutti.
Gli dico: lo so che ci sei,
non essere triste
poi lo rimetto a posto,
ma lui lì dentro un pochino canta,
mica l'ho fatto davvero morire,
dormiamo insieme così
col nostro patto segreto
ed è così grazioso da far piangere
un uomo, ma io non piango,
e voi?

(Charles Bukowski)




Trovo questa poesia meravigliosa, frutto di una profonda autoanalisi.
Chi siamo veramente?
La meta di ogni uomo, secondo Jung, è la ricerca del “vero Sé”, quella parte di noi che sintetizza la totalità della nostra personalità conscia ed inconscia.
Vi invito a fare come Charles Bukowski e ad andare oltre, senza più maschere e finte rappresentazioni di sé. 
Buon cammino…

giovedì 14 gennaio 2016

Accettare il caos

Jung dice: accettai il caos, e la notte seguente l’anima mia mi visitò. 
Il Saggio dice: bisogna chinarsi un po’, per attingere l’acqua dal fiume. Significa che la ricerca interiore nasca dall’umiltà. Di contro, la mancanza di umiltà è collegata al desiderio di controllo e di potere sugli altri. 
C’è qualcosa che ci mette nello stato d’animo di rischiare tutto, si chiama amore. La trasformazione interiore la si ottiene solo con la follia dell’amore – dice Jung - la più infallibile dimensione dinamica che porta l’inconscio alla luce. 
Allora, è piuttosto l’incapacità di amare che priva l’uomo delle sue possibilità. Ecco dove sta il problema. Questo mondo è vuoto solo per colui che non sa dirigere la sua dimensione erotica sugli altri, conferendo loro vitalità e bellezza. 
Non a caso il fine di ogni buona psicoterapia è acquisire la capacità di amare, al fine di varcare la soglia del guscio narcisistico e proseguire oltre. Anima è il ponte verso l’ignoto, verso l'inconscio, verso l'Altro. 
Attraversare un ponte significa svuotarsi per aprirsi al nuovo, lasciare il vecchio racconto che ci siamo fatti di noi stessi per promuoverne uno inaudito, inedito, nuovo. Insieme ad un Altro.

venerdì 13 novembre 2015

La religione del nostro tempo

La religione del nostro tempo si fonda su due menzogne fondamentali.
La prima menzogna è la menzogna della libertà, cioè l’idea che l’essere umano è centrato su se stesso, che l’essere umano ha come compito fondamentale la propria autoaffermazione, coltivare la propria indipendenza, la propria autonomia e che la libertà sarebbe l’espressione più pura della capacità di essere autonomo del soggetto. 
La capacità di autofondarsi è una menzogna perché nega la dipendenza costitutiva che lega l’essere umano all’altro, non c’è vita umana senza la presenza dell’altro, non c’è vita umana senza il legame con l’altro. Mentre oggi ci si vuol fare credere che la libertà, o meglio il fantasma della libertà di tipo perverso che oggi circola, è che ciò che conta è l’uno solo.
Questa è la menzogna del farsi un nome da sé, del farsi da sé, farsi senza passare attraverso il legame con l’altro.
La seconda grande menzogna che si intreccia e rafforza la prima è la menzogna del nuovo e cioè l’idea che la felicità, la soddisfazione, il bene, è sempre in quello che non abbiamo, è sempre in quello che ci manca, è sempre nel nuovo, in quello che non possediamo.
Questa ricerca del nuovo porta con se una certa ebrezza, che nel tempo però genera la stessa insoddisfazione. Sostituire l’oggetto non modifica l’insoddisfazione, quindi questa libertà di farsi da sé, questa libertà dell’uno, questa ricerca del nuovo, non porta la vita alla felicità, non porta la vita alla soddisfazione.
In amore si scopre una verità profonda, si scopre che la vera e più autentica vulnerabilità dell’essere umano non è nel vivere nell’uno ma nel vivere nel due, lo sanno bene molti pazienti nevrotici che si lamentano di non trovare la persona giusta, in realtà non hanno nessuna intenzione inconscia di trovarla, stanno bene nell’uno, perché il due, è vero che fa sorgere il mondo, ma li espone anche a un rischio. L’amore è l’esperienza di questa esposizione assoluta al rischio della perdita, essere nelle mani dell’altro, senza riserve, essere solo in questo legame, tutto in questo legame. E’ un rischio assoluto, l’amore assoluto esige l’esposizione assoluta e questo espone al trauma.

sabato 5 settembre 2015

Scegliere il silenzio


A volte penso sia un peccato 
dare parole all'angoscia che sento,
perché le parole, come fa la Natura, rivelano
e insieme celano l'interno dell'Anima.

Nelle parole, come in gramaglie, mi avvolgo,
come in ruvidi panni contro il freddo,
ma della grande angoscia che coprono
appare il contorno e niente più.

Alfred Tennyson 


Vorrei che ciascuno di noi meditasse su queste cose: sulle parole che ogni giorno diciamo talora senza valutarne le risonanze emozionali nell'anima di chi ci ascolta; ma ripensando anche alle parole del poeta inglese che ci invitano a scegliere talora il silenzio.

giovedì 9 luglio 2015

Io amo con te

«Non vi è più soggetto-oggetto, ma breccia spalancata tra l’uno e l’altro», scrive Georges Bataille parlando dell’amore. «E nella breccia, il soggetto e l’oggetto sono dissolti; vi è passaggio, comunicazione, ma non dall’uno all’altro; l’uno e l’altro hanno perso l’esistenza distinta ». Ma se l’uno e l’altro non sono più separati, non c’è allora il rischio di perdersi per sempre? E quindi di trasformare l’amore in un naufragio, nonostante il giustapporre termini come “amore” e “naufragio” sembri a prima vista un vero e proprio ossimoro?
In realtà, tutto dipende da cosa si intende esattamente per naufragio, visto che la parola ha diversi significati e che, se da un lato rinvia alla “rovina” e al “fallimento”, dall’altro lato rinvia anche al “dolce smarrirsi” di leopardiana memoria, e quindi a un perdersi momentaneo, prima di approdare nuovamente in un porto sicuro. Ma allora in che senso e in che misura si può accettare l’indistinto senza andare alla deriva? Che cosa si può smarrire e che cosa si deve invece ritrovare per evitare il fallimento e il naufragio dell’amore?

Per Freud, padre della psicoanalisi, si diventa autonomi solo nel momento in cui si è capaci di mantenere «linee di demarcazione chiare e nette » tra sé e gli altri. Si può amare in modo “normale” solo grazie a un doppio processo di separazione: bisogna prima separarsi dalla madre, poi differenziarsi dal mondo. E anche se al culmine dell’innamoramento i limiti tra l’io e il tu rischiano di essere cancellati, l’abbandono all’altro non dovrebbe mai essere totale e definitivo. La capacità di ritrovare i propri confini dopo i momenti di rapimento erotico è infatti la chiave di volta dell’identità personale di ognuno; è ciò che evita di scivolare nel non-senso dell’indistinto e della confusione; è ciò che impedisce il naufragio definitivo. Certo, non c’è amore senza abbandono. Non c’è amore senza il rischio di mettersi a nudo e di mostrare all’altro le proprie fragilità e le proprie contraddizioni. Esattamente come l’altro si abbandono a noi e accetta il rischio di togliersi la maschera dell’indipendenza e dell’autosufficienza. Ma l’amore fallisce inesorabilmente se si pensa che tutto si riduca a un reciproco possesso. Quel “tu sei mio o mia” che non può che soffocare. Perché nessuno appartiene a nessuno. (…) L’amore naufraga se non si è disposti a lasciarsi andare e se non la si smette di controllare tutto. Se non si capisce che ci sono tante cose che non dipendono da noi e se non si accetta di abbandonarsi almeno parzialmente all’altro. Ma naufraga anche se ci illudiamo che, con l’altra persona, potremo un giorno sperimentare di nuovo la gioia della fusione e dell’indeterminatezza che si è sperimentata durante l’infanzia. Il “poter-essere- soli”, come scrive il filosofo tedesco Axel Honneth, «costituisce il polo soggettivo di una tensione intersoggettiva, della quale il secondo polo è la capacità di fusione illimitata con l’altro». Perché se non c’è amore senza fusione, non c’è amore nemmeno senza la capacità, talvolta, di costruire e proteggere una distanza di sicurezza. Accettando che i dubbi non scompaiano mai. Esattamente come l’incertezza che avvolge il desiderio. Chi potrebbe d’altronde essere così folle da pensare di sapere esattamente chi è e che cosa vuole? (…) «Amare significa, in ogni caso, essere vulnerabili», disse un giorno il romanziere britannico C. S. Lewis. Subito prima di concludere: «Qualunque sia la cosa che vi è cara, il vostro cuore prima o poi dovrà soffrire per causa sua, e magari anche spezzarsi. Se volete avere la certezza che esso rimanga intatto, non donatelo a nessuno». Unico modo, per Lewis, per evitare il naufragio. Unico modo, in fondo, per non smarrirsi definitivamente. Dimenticando, però, che la vulnerabilità è parte della condizione umana e della sua finitezza. E che anche se decidessimo di restare per sempre da soli, dovremmo comunque fare i conti con tutto quello che ci manca, quello che non siamo, quello che non avremo mai. La famosa “mancanza ontologica” di cui parla un altro grande psicanalista, Jacques Lacan. Quella ferita che ci portiamo dentro perché nessuno di noi può mai “essere tutto “ o “avere tutto”. (…) Naufragio o salvezza, allora, quando si parla dell’amore? In fondo, entrambe le cose. Visto che l’andare a fondo nell’abisso del vuoto è possibile anche se si resta da soli. E che l’amore, a patto che la fusione sia momentanea e la dipendenza non sia assoluta, ha il potere di farci approdare sulla riva della condivisione. Perché se è vero che da soli si è sempre incompleti, è anche vero che non si può mai chiedere all’altro di colmare il nostro vuoto. Il vuoto — quel segno tangibile della nostra vulnerabilità e dei nostri limiti, quella la traccia del bisogno che ci portiamo dentro e che ci spinge ad incontrare gli altri, ad avere dei progetti, a fare di tutto per realizzarli — lo si può solo attraversare. E il modo migliore per farlo, vincolati a un desiderio che è sempre desiderio di altro rispetto a ciò che una persona ci può dare, è proprio “con” l’altro. “Io amo con te”, allora. Scoprendo così che è soltanto “con” l’altro che il naufragare può essere dolce.

Michela Marzano