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giovedì 14 gennaio 2016

Accettare il caos

Jung dice: accettai il caos, e la notte seguente l’anima mia mi visitò. 
Il Saggio dice: bisogna chinarsi un po’, per attingere l’acqua dal fiume. Significa che la ricerca interiore nasca dall’umiltà. Di contro, la mancanza di umiltà è collegata al desiderio di controllo e di potere sugli altri. 
C’è qualcosa che ci mette nello stato d’animo di rischiare tutto, si chiama amore. La trasformazione interiore la si ottiene solo con la follia dell’amore – dice Jung - la più infallibile dimensione dinamica che porta l’inconscio alla luce. 
Allora, è piuttosto l’incapacità di amare che priva l’uomo delle sue possibilità. Ecco dove sta il problema. Questo mondo è vuoto solo per colui che non sa dirigere la sua dimensione erotica sugli altri, conferendo loro vitalità e bellezza. 
Non a caso il fine di ogni buona psicoterapia è acquisire la capacità di amare, al fine di varcare la soglia del guscio narcisistico e proseguire oltre. Anima è il ponte verso l’ignoto, verso l'inconscio, verso l'Altro. 
Attraversare un ponte significa svuotarsi per aprirsi al nuovo, lasciare il vecchio racconto che ci siamo fatti di noi stessi per promuoverne uno inaudito, inedito, nuovo. Insieme ad un Altro.

venerdì 13 novembre 2015

La religione del nostro tempo

La religione del nostro tempo si fonda su due menzogne fondamentali.
La prima menzogna è la menzogna della libertà, cioè l’idea che l’essere umano è centrato su se stesso, che l’essere umano ha come compito fondamentale la propria autoaffermazione, coltivare la propria indipendenza, la propria autonomia e che la libertà sarebbe l’espressione più pura della capacità di essere autonomo del soggetto. 
La capacità di autofondarsi è una menzogna perché nega la dipendenza costitutiva che lega l’essere umano all’altro, non c’è vita umana senza la presenza dell’altro, non c’è vita umana senza il legame con l’altro. Mentre oggi ci si vuol fare credere che la libertà, o meglio il fantasma della libertà di tipo perverso che oggi circola, è che ciò che conta è l’uno solo.
Questa è la menzogna del farsi un nome da sé, del farsi da sé, farsi senza passare attraverso il legame con l’altro.
La seconda grande menzogna che si intreccia e rafforza la prima è la menzogna del nuovo e cioè l’idea che la felicità, la soddisfazione, il bene, è sempre in quello che non abbiamo, è sempre in quello che ci manca, è sempre nel nuovo, in quello che non possediamo.
Questa ricerca del nuovo porta con se una certa ebrezza, che nel tempo però genera la stessa insoddisfazione. Sostituire l’oggetto non modifica l’insoddisfazione, quindi questa libertà di farsi da sé, questa libertà dell’uno, questa ricerca del nuovo, non porta la vita alla felicità, non porta la vita alla soddisfazione.
In amore si scopre una verità profonda, si scopre che la vera e più autentica vulnerabilità dell’essere umano non è nel vivere nell’uno ma nel vivere nel due, lo sanno bene molti pazienti nevrotici che si lamentano di non trovare la persona giusta, in realtà non hanno nessuna intenzione inconscia di trovarla, stanno bene nell’uno, perché il due, è vero che fa sorgere il mondo, ma li espone anche a un rischio. L’amore è l’esperienza di questa esposizione assoluta al rischio della perdita, essere nelle mani dell’altro, senza riserve, essere solo in questo legame, tutto in questo legame. E’ un rischio assoluto, l’amore assoluto esige l’esposizione assoluta e questo espone al trauma.

mercoledì 27 maggio 2015

Responsabilità


La celebrazione dell’Io, della sua autonomia, del suo potere deliberativo e della sua autoconsistenza, è una cifra sintomatica del nostro tempo. Il fantasma ipermoderno della libertà come dispiegamento dell’Io è la manifestazione fondamentale di questa follia. Di quale libertà si tratta? Di una libertà sganciata dalla responsabilità. Questo comporta la cancellazione della propria provenienza, delle proprie radici, del debito simbolico nei confronti dell’Altro. Il fantasma della libertà rifiuta, insieme all’esperienza del limite, la discendenza, l’esperienza stessa della filiazione, rifiuta il nostro essere figli. L’affermazione dell’Io avviene contro l’esistenza dell’Altro, contro la trascendenza del linguaggio che impone all’umano la necessità di subordinarsi alla Legge della parola. 

Massimo Recalcati

mercoledì 24 settembre 2014

Amare il limite dell'altro

Quando amiamo davvero, ossia quando amiamo l'Altro e non l'Uno che siamo attraverso l'Altro, che cosa amiamo? quando lo psicanalista ascolta un paziente dire "mi sono innamorato", la prima cosa che fa è chiedere "di cosa?". E lo chiede proprio perché sa che non c'è una vera risposta, o meglio che essa è molto complicata. Il paziente comincia allora la lista dei tratti, degli elementi e delle proprietà: la gentilezza, l'intelligenza, il viso. Ma, secondo Lacan, è solo quando a quella domanda compare la risposta "tutto, sono innamorato di tutto" che siamo di fronte a un amore che va al di là del narcisismo. "Tutto" vuol dire quello che l'altro è e quello che fa, il colore dei suoi capelli, il difetto del suo naso, il suo odore. Nella misura in cui possiamo dire questo, emancipiamo l'amore dall'idealizzazione narcisistica, perché amiamo dell'altro anche il suo limite. Amiamo il suo limite innanzi tutto, la sua mancanza innanzi tutto, la sua imperfezione.

martedì 13 maggio 2014

L' amore è un pericolo da correre in due



DOMANDA

Nonostante la mia giovane età, non riesco più a sopportare il peso di un fardello che mi porto dentro da molto e che è riuscito oramai ad influenzare anche le mie relazioni interpersonali. Dopo anni di autoanalisi sono finalmente giunta alla sorprendente conclusione che preferisco allontanare chiunque mi si presenti, sia perché ho il terrore che egli "scompaia", derubandomi di una parte o della totalità della mia persona, sia perché in fondo ho paura che io stessa, per mia natura, potrei "distruggerlo", annullandolo a mia volta. Forse, più semplicemente, non faccio al mio prossimo ciò che non vorrei venisse fatto a me. Inoltre, nonostante mi sia resa conto di non essere l'unica ad attuare questo processo, non riesco a trarne alcuna consolazione.
Perché lo si fa? È paura di amare o incapacità di amare per troppo amore di sé? Vorrei una risposta, che valga per me e anche per altri
che ho conosciuto e sembrano mostrare i miei stessi sintomi, in modo da poter finalmente "riposare". Se fossi pavida potrei sperare col tempo di essere adatta ad amare. Se fosse narcisista potrei giungere, sempre col tempo, a una serena rassegnazione riguardo la mia incapacità di amare, anche se è doloroso constare la mancanza dell'unica cosa che non posso avere, cioè la capacità di provare vero amore.

RISPOSTA

La sua giovane età giustifica il fatto che la sua lettera sia piena di "io". Un io difensivo che ha paura di farsi male innamorandosi, e un io, che si suppone offensivo e distruttivo, che ha paura di far male all'altro se lo fa innamorare.
Potremmo pensare a un io che ha ancora bisogno di costruire se stesso, come diceva Freud, e che per questo si difende dall'amore che è violazione della propria integrità. Se le cose stanno così lasci tempo al tempo, e quando il suo io, dopo essersi costruito adeguatamente, finirà per annoiarsi di se stesso, si aprirà all'altro. Non per amare l'altro come solitamente si crede, ma per tenersi accanto chi le ha consentito di scoprire l'altra parte di sé, che il suo io non conosce e teme, ma di cui propriamente ci si innamora. Non ci innamoriamo infatti di chiunque, ma solo di chi intercetta l'altra parte di noi stessi e quindi ci svela.
Questa è anche l'essenza del pudore, che non è una faccenda di vesti o sottovesti, ma il rifiutarsi di mettersi a nudo con chi, del sottosuolo della nostra anima, non ci ha svelato nulla. Questo è il limite della libertà sessuale del nostro tempo che, nel mettere a nudo i corpi, non coinvolge l'anima, non destruttura l'io, non dischiude l'abisso di noi stessi, e così ci impedisce di conoscere quel che "in fondo" siamo, e che cosa da questo fondo possiamo generare, al di là dell'orizzonte ristretto del nostro io, che Freud ha opportunamente definito un "precipitato di difese".
Ne è prova il fatto che dopo ogni storia d'amore, finisca bene o male, non siamo più quello che eravamo. Una generazione è avvenuta. Un io nuovo più capace di affrontare la vita di quello antico, prima che amore lo destrutturasse e facesse crollare le mura che lo difendevano dall'altra parte di se stesso, da cui solamente può scaturire nuova forza di vita. Per questo desideriamo l'amore e al contempo lo temiamo. Lo desideriamo perché non ci stiamo più nei panni divenuti troppo stretti dell'io con cui finora siamo cresciuti, e al tempo stesso lo temiamo perché l'io teme di abbandonare gli ormeggi con cui ci siamo difesi dalla follia che ci abita e verso cui ci conduce amore.
In amore, infatti, l'io diventa passivo, e per questo parliamo di "passioni", perché l'io patisce l'altro, senza che la sua razionalità possa opporre una qualche resistenza, in un momento magico, esaltante e anche minaccioso, in cui si viene a contatto, grazie a chi ce ne facilita l'accesso, a quell'ignoto che noi stessi siamo e che, dal punto di vista dell'io, si chiama "follia".
La follia d'amore che, a differenza della follia patologica, ha il pregio di essere breve. Perché nell'altra parte di noi stessi non possiamo dimorare se non per brevi attimi, giusto il tempo di dire: «Mi fai impazzire», «con te perdo la testa», e di fatto in quei momenti l'abbiamo già perduta.
Questo è l'amore: violazione dell'io, perché possa emergere la parte ignota di noi stessi, da cui un nuovo io possa rinascere, come ogni adolescente sperimenta con fascino, sorpresa, straniamento e anche dolore, in quella stagione della vita in cui il nostro io subisce le più profonde trasformazioni. 

Umberto Galimberti

domenica 18 novembre 2012

L'integrità dell'io

Solo le qualità che sorgono dalla nostra attività spontanea danno forza all'io e formano per tanto la base della sua integrità. L'incapacità di agire spontaneamente, di esprimere quel che veramente si sente e si pensa, è la conseguente necessità di presentare uno pseudo io agli altri e a se stessi, sono la radice del sentimento di inferiorità e di debolezza.

Erich Fromm