Visualizzazione post con etichetta Amore e relazioni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Amore e relazioni. Mostra tutti i post

domenica 30 ottobre 2022

UNA LETTERA MAI DATA

 


27 Ottobre 2022

Ciao Amore mio, è finito il giorno più importante della tua vita e parallelamente il giorno più desiderato per l'orgoglio di un padre. Grazie.

Sei sempre stato il pensiero più importante, il tesoro da proteggere e allo stesso tempo, un giorno, il figlio da lasciare andare. Questi sono stati i motivi che mi hanno portato a progettare, finche ne ho avuto la possibilità, un percorso di studi come la scuola germanica e un corollario di esperienze di vita autonoma che ti potessero formare e rendere sicuro da adulto.

Oggi posso ritenermi soddisfatto e fiero delle mie scelte e orgoglioso di questo tuo percorso universitario fantastico, da vero Rivoluzionario. Si aprono adesso nuovi orizzonti di grande respiro, cogli le opportunità che ti faranno essere felice e gratificato, un passo indietro ci sarò io, pronto sempre ad ascoltarti e, se vorrai, consigliarti.

Un forte abbraccio, con amore

Papà

mercoledì 17 novembre 2021

Tramontare a un figlio


C’è una pagina precisa in cui lo Svedese, gigante buono, uomo giusto, padre affettuoso di una figlia diventata mostro, terrorista invasata e assassina, capisce di non essere bastato e si arrende. “Le ho dato tutto quello che potevo, tutto, tutto, le ho dato tutto. Ti giuro che le ho dato tutto”, e piange con il fratello al telefono, piange come non avesse altro scopo nella vita che quel pianto. In “Pastorale Americana”, di Philip Roth, la vita perfetta di un uomo perfetto, americano ottimista dalle migliori intenzioni, viene sfregiata e scoperchiata dall’enorme, tragico fallimento di padre: non ha saputo vedere, accompagnare, non è riuscito a far diventare sua figlia l’immagine perfezionata di se stesso. Gli sembrava giusto e naturale, un’unica strada diritta e illuminata, ma non è andata così. Colpa sua? Colpa delle cose insensate che accadono? Colpa del Vietnam? Colpa di quel bisogno di uccidere il padre, anche, di sputare addosso a una strada con le luci, a un’eredità morale che a un certo punto sembra pesante, ridicola, sbagliata, mostruosa perfino. Bisogno di gettare via le cose, disprezzare i pensieri, le aspettative ricevute, trovare il colpevole di quello che non va: eri mio padre, hai sbagliato tutto, non hai visto niente. Come le formiche, che vedono solo i pochi centimetri di mondo che hanno davanti, così i padri devono prendersi sulle spalle la colpa di essersi distratti, non avere voluto guardare la verità dei figli e del futuro. Eri mio padre, e non hai capito che odiavo leggere il Financial Times con te a dodici anni, che non volevo andare a Bristol sette estati di fila a imparare l’inglese, che il dottorato a Stanford era per te, non per me, pensa il protagonista dell’ultimo romanzo di Paola Mastrocola, “Non so niente di te” (Einaudi), ventenne del nuovo Millennio, che quindi non ha più intenzione di uccidere il padre, non ha nessun complesso di Edipo ma ha bisogno di una via di fuga, vuole scendere da una vita che hanno apparecchiato per lui, certi che fosse la migliore, la più libera e moderna e appagante (con le migliori intenzioni, come lo Svedese di Philip Roth, agisce questo padre avvocato e fiero, con incrollabile fiducia nelle borse di cuoio e nei giornali economici, a sua volta perfezionamento dell’immagine del proprio padre, fiero notaio): “Un figlio che non continua il padre spezza una linea. La rompe. E’ un elemento di rottura, un figlio così, si può dire? L’ho pensato spesso. Ma adesso non lo penso più. Adesso che mi sono portato dietro queste pecore lo so, e vorrei tanto dirtelo, papà, rassicurarti: quella linea spezzata continua, solo che continua da un’altra parte, in un altro modo”. Le linee vanno spezzate, a un certo punto, o comunque curvate, bisogna farle scartare di lato, anche per permettere a un padre di sentirsi padre, e non corteggiatore, amico, specchio, guardia del corpo, bozzolo che risparmi al figlio il dolore di esistere. “Non la volevo, io, una vita come la tua”, è una frase dolorosa da ascoltare, per un padre, ma utile a riportare un po’ d’ordine, a dividere il mondo in due: non siamo nemici, ma siamo due persone diverse, abitiamo due diverse colline, e uno guarda verso il sole che sorge e per un po’ ha bisogno di dare le spalle all’altro (e anche pensare: che razza di stronzate), l’altro deve restare a guardare e aspettare (anche pensando: che razza di stronzetto). Padri e figli: a uno il compito di indicare una strada e anche, scrive lo psicoanalista lacaniano Massimo Recalcati in quest’ultimo libro Feltrinelli, “Il complesso di Telemaco, genitori e figli dopo il tramonto del padre”, il dovere di unire il desiderio e la legge, e ai figli il compito di entrare in conflitto o accettare l’eredità del padre, magari non subito, magari accettarla dopo il conflitto, anche senza accorgersene. Succede, di dire: mai come mio padre, e poi un mattino ritrovarsi a leggere le cartine geografiche come le legge lui, o mettere i tappi a tutte le penne e finire l’acqua lasciata nei bicchieri dai figli, invece di buttarla, e urlare, con il senso di un’offesa morale: non si lascia l’acqua nei bicchieri, non si lasciano le penne senza tappo.

Telemaco guarda il mare, scrive Recalcati, sperando che torni a Itaca Ulisse, il padre, a ristabilire la legge, e non lo aspetta come un rivale da uccidere ma come una speranza per il futuro: dopo anni di evaporazione dei padri, i figli aspettano di nuovo il ritorno di una Legge, di un padre, un adulto e non un adolescente e intanto cercano di inventarsi un avvenire. Un adulto che sappia prendersi cura, trasmettere un desiderio e dire anche: va bene, adesso appoggiati qui, ma la strada è la tua, e tra poco il mondo sarà tuo, io saprò farmi da parte, tocca a te figlio, non starò per sempre a mettere i tappi alle tue penne. Secondo Recalcati sono stati i padri, spesso, a uccidere i figli, a trasformarli in lamentosi prigionieri di un’immensa libertà. “I padri non lasciano il posto, non sanno tramontare”.

“Noi siamo la prima generazione di padri nella storia ad avere elaborato una complessa ed altamente egoistica strategia di sopravvivenza attraverso la captatio benevolentiae dei nostri figli – ha scritto Antonio Polito, editorialista del Corriere della Sera, nel suo pamphlet Rizzoli, ‘Contro i papà’ – Fingiamo di farlo per il loro bene, ma in realtà lo facciamo per il nostro. Li teniamo attaccati a noi, dipendenti da noi, per evitare che si ribellino”. I padri (e le madri) costruiscono un bozzolo di seta di possibilità, giustificazioni, desideri esauditi, camicie stirate e spostano il fuoco: poiché non vogliono mai in nessun caso diventare nemici, aiutano i figli a trovare un nemico (Polito ha scritto anche che i padri sono diventati i sindacalisti dei loro figli). La politica, il precariato, la disoccupazione, la società ingiusta. Che sollievo avere dei figli che non odiano il padre ma solo il mondo intero! I padri sono ancora seduttori, morirebbero se non lo fossero, disperatamente giovani (nel senso di disperatamente tesi verso la giovinezza), young adult persi dentro ai fatti loro, che cancellano il senso di colpa cercando di provvedere al meglio ai bisogni dei figli, per evitare che provino rabbia da mancanza di cose e la imputino al padre. I padri sono così desiderosi di piacere ai loro figli che non possono sopportare l’idea di provocare in loro un’arrabbiatura, passare in un istante dall’immagine di adorabile papino a quella di solito vecchio stronzo (che pure è un’idea di padre molto rivalutata: gli psicanalisti dicono che molte delle sofferenze dei pazienti sono dovute proprio a quest’assenza). “Non la volevo, io, una vita come la tua”, è una pugnalata al cuore, ma soprattutto un attentato alla vanità, per un padre che ha corteggiato i suoi figli, raccontato favole di notte, mostrato grande modernità e attitudine alla tecnologia, cercato e pagato le scuole migliori, maledetto i professori, regalato la luna e risolto i problemi. Anche scelto di fare il padre stay-at-home (non qui, non esageriamo: in Inghilterra) e rivendicare quell’eroismo, abnegazione e cura che di solito spetta alle madri. E’ entrato in competizione con le madri per l’amore dei figli, le ha scavalcate in dolcezza e lasagne al forno. Ma allora perché Recalcati (con lui anche Claudio Risé e Eugenio Scalfari) parla di evaporazione del padre, di Telemaco in attesa davanti al mare, quando i padri non sono mai stati così attenti, vicini, condividenti, carezzevoli, sbaciucchianti, amorosi, presenti perfino alle riunioni con i professori e alle lezioni di nuoto? Perché si sono confusi con i figli. Fanno scambio di generazioni, “nell’epoca in cui tutto appare uguale a tutto”, sono angosciati e smarriti (gli insegnanti confidano, umiliati, che la confusione peggiore la fanno i genitori, i pediatri ripetono e scrivono sui blog che sono stanchi delle domande cretine e angosciate dei padri): non sanno lasciare andare i figli, li considerano un’estensione di sé e vogliono vivere anche la loro vita, con la scusa disordinata di spianare il terreno e risparmiare viaggi dolorosi nella realtà, ma con la segreta voglia di continuare a essere vivi, specchiandosi nelle possibilità della giovinezza e credendo di conoscerne già tutte le ombre e le vertigini e di poterle guidare verso porti sicuri. “Forse è proprio questo, papà – dice Filippo, il protagonista del romanzo di Paola Mastrocola – Dovreste essere curiosi, molto curiosi dei vostri figli. Morire dalla curiosità di vedere come andrà a finire. Invece siete sempre così scontenti, così incontentabili. Sembra che conosciate già tutto. Non vi lasciate sorprendere. Peccato”. I padri non possono sapere granché e sono incontentabili, perché sentono la mancanza di desiderio di figli sazi attorno ai quali la famiglia si modella e balla, ma hanno paura delle sorprese, almeno quanta ne aveva lo Svedese, l’uomo perfetto e vitaminico, il sogno americano, di trovarsi di fronte all’orribile mistero di una figlia perduta, diventata qualcosa che lui non aveva la forza di guardare, in cui non voleva essere costretto a riconoscersi. I padri hanno paura che il futuro sia davvero in mano ai loro figli, paura che facciano da soli, che cambino strada e che la perdano. Mentre è esattamente quello che deve succedere. “Il figlio come un filo che deve entrare nella cruna della propria crescita. Il padre come un filo che va sfilato”, ha scritto il poeta Valerio Magrelli in “Geologia di un padre”, pubblicato da Einaudi, e in quella cruna non c’è spazio per entrambi. C’è spazio per il rimpianto, per quello che non si è capito, per quello che si è perduto crescendo e voltando le spalle ai padri per cambiare strada, per quello che non si è colto dei propri figli restando sulla collina dei padri, ma non per la sovrapposizione. Bisogna saper tramontare, ma anche avere il coraggio scanzonato e umile che ebbe il padre di Billy Elliot, che credeva di sapere tutto, che vedeva già quel figlio magro come un campione di hockey e si arrabbiò molto, ma poi seppe abbandonare la strada illuminata che aveva immaginato per il suo bambino: il ragazzino voleva fare il ballerino, bruciava di desiderio, era quello il suo codice dell’anima, e il padre per niente ricco e per niente colto, nel 1984, nell’epoca della grande crisi economica delle miniere inglesi, si indebitò e si fece umiliare per riuscire a offrirgli la possibilità di sostenere gli esami di selezione in una importante scuola di danza classica. Anche se soffriva immensamente nel sentire chiamare il suo figlio maschio Ballerina Boy, era riuscito a lasciarsi stupire da lui, ad accettare la sorpresa. Non erano sovrapposti, non erano amici, non si sentivano coetanei: erano padre e figlio, c’erano leggi fra loro, c’era il senso di un impegno, di una rabbia, della fatica necessaria per il riscatto di sé, di un desiderio da mettere alla prova. Fu quella l’eredità importante di Billy Elliot, che pure cambiò strada e spezzò il filo con suo padre, ma dal padre imparò cos’è la vita quando è davvero viva, senza pensare di vedersi risparmiato il dolore. “Cosa ti devo dire? – scrive Filippo nella lettera immaginaria a suo padre, mentre si sente addosso lo scontento dei suoi genitori per quel filo spezzato, per quel dottorato mai preso, nel romanzo di Paola Mastrocola – non hai nessuna colpa, hai fatto tutto bene, sei stato un bravo padre, sì. Hai sempre voluto il meglio per me. Ma forse è proprio questo, papà. Nessun genitore deve volere il meglio per suo figlio. E sai perché? Perché non lo sa. Non lo può sapere, come potrebbe? E’ Dio? Legge nella sfera di cristallo? No, è solo un genitore. E allora dovrebbe starsene a guardare e basta, in silenzio e con grande calma. Un po’ come si sta davanti al mare a guardare il mare. Cosa si fa davanti al mare? Si guarda il mare. Basta. Si accompagnano le onde con lo sguardo. Questo. Una per una”. Telemaco guarda il mare nell’attesa del padre, e così un padre dovrebbe guardare il figlio: come si guarda il mare. Accettando il mistero e la possibilità di una tempesta. Sfilandosi, a un certo punto, dalla cruna in cui passa l’età adulta. Resistendo alla tentazione di correre a sistemare tutto, e prendendosi le colpe, i silenzi, anche la distanza, essere “un’assenza sempre presente”. Pare che il mare, poi, riporti sempre indietro quello che vi si è gettato. Così a un certo punto ci si troverà in bocca una frase del padre, un gesto, la stessa diffidenza verso i ristoranti con menu troppo complicati, lo stesso abbandono alle cose che succedono, e si penserà: questi alberi piacerebbero a mio padre, questo libro lo lancerebbe contro il muro. E ci si ricorderà di avere avuto sempre un padre e di essere cresciuti anche grazie al conflitto con lui, alla sua disapprovazione, ai suoi: “Dove diavolo sei stato?” (ai miei tempi i padri non dicevano per nessun motivo: cazzo), alla percezione filiale della sua incapacità di capire fino in fondo. Anche di questo deve farsi carico un padre: accettare con orgoglio l’idea di sembrare superato, rigido, perfino un po’ patetico nelle proprie rivoluzioni o conservazioni da modernariato, nello sguardo sul mondo. Lasciare la possibilità che i figli sentano di essere andati più avanti, più lontano e da soli. Il padre supereroe, l’uomo più forte del mondo funziona con i bambini, poi bisogna accettare il viale del tramonto. Che può essere anche un posto pieno di soddisfazioni, ma non è più il centro della scena. Un giornalista americano, Justin Halpern, raccolse in un blog di grande successo e poi in un libro tutte le frasi di suo padre, un tipo bizzarro e brusco che non aveva intenzione di fare uno scambio generazionale e assomigliare al figlio ventottenne. “Non lo voglio il collegamento a Internet. So benissimo a cosa serve… Sì che lo so. E me ne sbatto se tutti i tuoi amici ce l’hanno. I tuoi amici si fanno anche delle acconciature da tossici, ma non per questo mi vedi correre dal barbiere”. Non è necessario rinunciare a Internet per permettere a un figlio di trovare la sua strada, basta saper tramontare.







Annalisa Benini

domenica 1 novembre 2020

Amare è Tutto


Quanto più invecchiavo, quanto più insipide mi parevano le piccole soddisfazioni che la vita mi dava, tanto più chiaramente comprendevo dove andasse cercata la fonte delle gioie della vita. Imparai che essere amati non è niente, mentre amare è tutto, e sempre più mi parve di capire ciò che da valore e piacere alla nostra esistenza non è altro che la nostra capacità di sentire.
Ovunque scorgessi sulla terra qualcosa che si potesse chiamare “felicità”, consisteva di sensazioni. Il denaro non era niente, il potere non era niente. Si vedevano molti che avevano sia l’uno che l’altro ed erano infelici. La bellezza non era niente: si vedevano uomini belli e donne belle che erano infelici nonostante la loro bellezza. Anche la salute non aveva un gran peso; ognuno aveva la salute che si sentiva, c’erano malati pieni di voglia di vivere che fiorivano fino a poco prima della fine e c’erano sani che avvizzivano angosciati per la paura della sofferenza. Ma la felicità era ovunque una persona avesse forti sentimenti e vivesse per loro, non li scacciasse, non facesse loro violenza, ma li coltivasse e ne traesse godimento. La bellezza non appagava chi la possedeva, ma chi sapeva amarla e adorarla. C’erano moltissimi sentimenti, all’apparenza, ma in fondo erano una cosa sola. Si può dare al sentimento il nome di volontà, o qualsiasi altro. Io lo chiamo amore. La felicità è amore, nient’altro. Felice è chi sa amare. Amore è ogni moto della nostra anima in cui essa senta se stessa e percepisca la propria vita. Ma amare e desiderare non è la stessa cosa. L’amore è desiderio fattosi saggio; l’amore non vuole avere; vuole soltanto amare.


H. Hesse

sabato 2 novembre 2019

L'amore che hai sempre sognato



Devi prenderti un momento alla volta, bambino.

Un respiro alla volta. 
Segui il cerchio del respiro, il suo sorgere 
e anche il suo cadere. 
Entrambi i movimenti sono preziosi.

Tutto passerà, vedi. Il sorgere del sole è sicuramente seguito dal tramonto. 
La vecchia pelle si perde. 
Le foglie cadono dall'albero e 
non sono meno belle nella loro caduta. 
Coloro che ami moriranno nella loro forma fisica e torneranno alla loro perfezione originale. 
Come ci ricorda Eckhart Tolle, anche il Sole morirà.

Cerchiamo sicurezza in luoghi in cui non la troveremo mai. 
Scappiamo dall'ansia, 
evitando quel divertente vuoto che vive nel nostro centro, 
provando a fuggire dal vivere.

Ti è stata venduta una bugia sull'amore, 
vedi: che dovevi esserne degno.

Fanculo l’essere degno.

L'amore non è qualcosa che può darti qualcuno. 
Non è qualcosa che devi chiedere, guadagnare o meritare.

Se ci riesci, se prendi un 10, se ottieni la promozione, 
se vinci la gara, non sarai amato di più. 
Devi scrollarti di dosso quest'illusione.

Non devi essere degno. 
Devi solo essere vivo e sei degno.

Sei integro anche da solo, e non sei mai solo, 
perché sei inseparabile dalle stelle, dalle montagne, 
dagli alberi fruscianti nel prato.

E segui il respiro mentre sale e scende. 
E fai spazio in te stesso per questi sentimenti a lungo trascurati. 
Impara a fidarti del corpo, dei suoi ritmi, 
del modo in cui cerca di proteggersi, della sua imprevedibilità, 
dei suoi sentimenti di insicurezza. 
Respirando nei punti doloranti, li rendi sicuri, 
dove una volta ti sentivi insicuro.

Sicuro anche di sentirsi insicuro; questa è libertà.

Amare anche la parte che sembra non amabile; 
questo è l'amore che hai sempre sognato, 
l'amore che non devi mai meritare.

Jeff Foster

giovedì 30 maggio 2019

“Kafka e la bambola”


Un anno prima della sua morte Franz Kafka visse un'esperienza insolita. Passeggiando per il parco Steglitz a Berlino incontrò una bambina che piangeva sconsolata: aveva perduto la sua bambola.
Kafka si offrì di aiutarla a cercarla e le diede appuntamento per il giorno seguente nello stesso posto.
Incapace di trovare la bambola scrisse una lettera, da parte della bambola, e la portò con se quando si rincontrarono.
"Per favore non piangere, sono partita in viaggio per vedere il mondo, ti riscriverò raccontandoti le mie avventure"...così cominciava la lettera.
Quando lui e la bambina si incontrarono egli le lesse questa lettera attentamente descrittiva di avventure immaginarie della bambola amata. La bimba ne fu consolata e quando i loro incontri arrivarono alla fine Kafka le regalò una bambola. Ella ovviamente era diversa dalla bambola originale, in un biglietto accluso spiegò..." i miei viaggi mi hanno cambiato".
Molti anni più avanti la ragazza cresciuta trovò un biglietto nascosto dentro la sua bambola ricevuta in dono. Riassumendolo diceva:
"Ogni cosa che tu ami è molto probabile che la perderai, però alla fine l'amore muterà in una forma diversa."

giovedì 21 febbraio 2019

"Sei stato il mio maestro"


Addio al giornalista e conduttore Rai, Gabriele la Porta. A dare l'annuncio è il figlio Michele su Radio Colonna, precisando che il padre si è spento il 19 febbraio scorso:

«In molti, forse, lo ricorderanno come il volto di Rainotte. Io lo ricordo perché era mio padre. Il mio dolcissimo papà. Il cuore del mio cuore. Nella logica, inevitabile, della vita e la morte, accetto il suo viaggio. L'ultimo. Eppure, il mondo, si è dissolto inesorabilmente. Come un abisso». 
«Sei stato il mio maestro. Il mio eroe. Il mio Re. Sono onorato d'esser stato tuo figlio. Sangue del tuo sangue. Mi auguro che tu sia stato fiero di me. Dei miei baci. Delle mie carezze. Dei miei pensieri, per te. Un giorno verrò a trovarti. Tu aspettami e lascia libero un posto accanto a te».
«Ciao papà, riposa la tua anima. Tuo figlio Michele».

martedì 2 ottobre 2018

L'hai amata, vero?


L’hai amata, vero?

Lui sospirò.

Come posso risponderti? Lei era matta, sorrise, perso in qualche ricordo.
Si passò una mano fra i capelli: Dio, se era tutta matta. Ogni giorno mi svegliavo accanto a una donna diversa, una volta intraprendente, l’altra impacciata. Una volta esuberante, l’altra timida. Era mille donne, lei. Ma il profumo era sempre lo stesso, inconfondibile. Era quella la mia unica certezza. Era il profumo dei viaggi che doveva ancora fare, mi diceva. 
Le chiedevo cosa volesse dire ma non me lo spiegava mai. Mi sorrideva e sapeva di fregarmi, con quel sorriso. Perché ti giuro che quando sorrideva io non capivo più nulla, amico. Non capivo più nulla. Non sapevo più parlare né pensare. Niente, zero. C’era all’improvviso solo lei.
Era matta, rise, tutta matta. A volte si perdeva a guardare un mappamondo o un quadro, ci volevano ore perché tornasse in sé. E quella sua mania di mettersi sempre i pantaloni… Non l’ho mai vista con una gonna, sai? 
A volte di notte piangeva. Dicono che in quel caso le donne vogliono solo un abbraccio. Lei no. Lei si innervosiva a starmi vicino in quei momenti. Si vestiva e stava in giardino tutta la notte, e guai a raggiungerla. Mi ordinava di lasciarla sola. La sentivo piangere, ancora oggi sono convinto che parlasse con qualcuno, in quelle notti terribili.
C’era qualcosa in lei, amico mio. Non so che cosa, ma non era una ragazza normale. C’era qualcosa in lei, o c’erano altre ragazze in lei, ancora oggi non te lo so dire. 
Non so dove si trova adesso ma scommetto che è ancora alla ricerca di sogni.
Era matta tutta matta.
Ma l’ho amata da impazzire.

Charles Bukowski

mercoledì 16 maggio 2018

E se avessi sbagliato tutto?


Cosa crede, la gente, che basti innamorarsi per sentirsi completi? 
La platonica unione delle anime? 
Io la penso diversamente. 
Io credo che tu sia completo prima di cominciare. 
E l'amore ti spezza. 
Tu sei intero, e poi ti apri in due.

Piliph Roth, da L' Animale morente

martedì 11 aprile 2017

Se saprai starmi vicino

Se saprai starmi vicino, 
e potremo essere diversi, 
se il sole illuminerà entrambi 
senza che le nostre ombre si sovrappongano, 
se riusciremo ad essere “noi” in mezzo al mondo 
e insieme al mondo, piangere, ridere, vivere. 

Se ogni giorno sarà scoprire quello che siamo 
e non il ricordo di come eravamo, 
se sapremo darci l'un l'altro 
senza sapere chi sarà il primo e chi l'ultimo 
se il tuo corpo canterà con il mio perché insieme è gioia… 

Allora sarà amore 
e non sarà stato vano aspettarsi tanto.

Pablo Neruda

venerdì 15 aprile 2016

Tentare una storia d'amore

Le fragilità della famiglia riflettono le fragilità della società e come facciamo fatica a vivere insieme nella società, facciamo altrettanta fatica a tentare insieme una storia d’amore.
Nella fascia tra i 18 e i 45 anni la crescita dei single dal 2000 è del 62%. Questa è la prima cosa che ci deve preoccupare perché, se addirittura si sceglie di non fare nessuna storia d’amore, significa effettivamente che c’è un individualismo che prima o poi si manifesterà con patologie di solitudine le quali mineranno profondamente il senso della vita di ciascuno.
Io credo che effettivamente c’è un modello che ci dovrebbe preoccupare, è l’uomo absolutus, permettetemi la parola latina, è l’uomo senza legami, senza vincoli, che oggi è diventato un modello, meno vincoli uno ha, meno legami uno ha e più può decidere e pensare la propria vita e quindi conseguire la propria felicità. 

La società è diventata fragile, non c’è molto senso di appartenenza, è scomparso il senso della responsabilità comune, facciamo altrettanta fatica a tentare insieme una storia d’amore.

Enzo Bianchi

giovedì 9 luglio 2015

Io amo con te

«Non vi è più soggetto-oggetto, ma breccia spalancata tra l’uno e l’altro», scrive Georges Bataille parlando dell’amore. «E nella breccia, il soggetto e l’oggetto sono dissolti; vi è passaggio, comunicazione, ma non dall’uno all’altro; l’uno e l’altro hanno perso l’esistenza distinta ». Ma se l’uno e l’altro non sono più separati, non c’è allora il rischio di perdersi per sempre? E quindi di trasformare l’amore in un naufragio, nonostante il giustapporre termini come “amore” e “naufragio” sembri a prima vista un vero e proprio ossimoro?
In realtà, tutto dipende da cosa si intende esattamente per naufragio, visto che la parola ha diversi significati e che, se da un lato rinvia alla “rovina” e al “fallimento”, dall’altro lato rinvia anche al “dolce smarrirsi” di leopardiana memoria, e quindi a un perdersi momentaneo, prima di approdare nuovamente in un porto sicuro. Ma allora in che senso e in che misura si può accettare l’indistinto senza andare alla deriva? Che cosa si può smarrire e che cosa si deve invece ritrovare per evitare il fallimento e il naufragio dell’amore?

Per Freud, padre della psicoanalisi, si diventa autonomi solo nel momento in cui si è capaci di mantenere «linee di demarcazione chiare e nette » tra sé e gli altri. Si può amare in modo “normale” solo grazie a un doppio processo di separazione: bisogna prima separarsi dalla madre, poi differenziarsi dal mondo. E anche se al culmine dell’innamoramento i limiti tra l’io e il tu rischiano di essere cancellati, l’abbandono all’altro non dovrebbe mai essere totale e definitivo. La capacità di ritrovare i propri confini dopo i momenti di rapimento erotico è infatti la chiave di volta dell’identità personale di ognuno; è ciò che evita di scivolare nel non-senso dell’indistinto e della confusione; è ciò che impedisce il naufragio definitivo. Certo, non c’è amore senza abbandono. Non c’è amore senza il rischio di mettersi a nudo e di mostrare all’altro le proprie fragilità e le proprie contraddizioni. Esattamente come l’altro si abbandono a noi e accetta il rischio di togliersi la maschera dell’indipendenza e dell’autosufficienza. Ma l’amore fallisce inesorabilmente se si pensa che tutto si riduca a un reciproco possesso. Quel “tu sei mio o mia” che non può che soffocare. Perché nessuno appartiene a nessuno. (…) L’amore naufraga se non si è disposti a lasciarsi andare e se non la si smette di controllare tutto. Se non si capisce che ci sono tante cose che non dipendono da noi e se non si accetta di abbandonarsi almeno parzialmente all’altro. Ma naufraga anche se ci illudiamo che, con l’altra persona, potremo un giorno sperimentare di nuovo la gioia della fusione e dell’indeterminatezza che si è sperimentata durante l’infanzia. Il “poter-essere- soli”, come scrive il filosofo tedesco Axel Honneth, «costituisce il polo soggettivo di una tensione intersoggettiva, della quale il secondo polo è la capacità di fusione illimitata con l’altro». Perché se non c’è amore senza fusione, non c’è amore nemmeno senza la capacità, talvolta, di costruire e proteggere una distanza di sicurezza. Accettando che i dubbi non scompaiano mai. Esattamente come l’incertezza che avvolge il desiderio. Chi potrebbe d’altronde essere così folle da pensare di sapere esattamente chi è e che cosa vuole? (…) «Amare significa, in ogni caso, essere vulnerabili», disse un giorno il romanziere britannico C. S. Lewis. Subito prima di concludere: «Qualunque sia la cosa che vi è cara, il vostro cuore prima o poi dovrà soffrire per causa sua, e magari anche spezzarsi. Se volete avere la certezza che esso rimanga intatto, non donatelo a nessuno». Unico modo, per Lewis, per evitare il naufragio. Unico modo, in fondo, per non smarrirsi definitivamente. Dimenticando, però, che la vulnerabilità è parte della condizione umana e della sua finitezza. E che anche se decidessimo di restare per sempre da soli, dovremmo comunque fare i conti con tutto quello che ci manca, quello che non siamo, quello che non avremo mai. La famosa “mancanza ontologica” di cui parla un altro grande psicanalista, Jacques Lacan. Quella ferita che ci portiamo dentro perché nessuno di noi può mai “essere tutto “ o “avere tutto”. (…) Naufragio o salvezza, allora, quando si parla dell’amore? In fondo, entrambe le cose. Visto che l’andare a fondo nell’abisso del vuoto è possibile anche se si resta da soli. E che l’amore, a patto che la fusione sia momentanea e la dipendenza non sia assoluta, ha il potere di farci approdare sulla riva della condivisione. Perché se è vero che da soli si è sempre incompleti, è anche vero che non si può mai chiedere all’altro di colmare il nostro vuoto. Il vuoto — quel segno tangibile della nostra vulnerabilità e dei nostri limiti, quella la traccia del bisogno che ci portiamo dentro e che ci spinge ad incontrare gli altri, ad avere dei progetti, a fare di tutto per realizzarli — lo si può solo attraversare. E il modo migliore per farlo, vincolati a un desiderio che è sempre desiderio di altro rispetto a ciò che una persona ci può dare, è proprio “con” l’altro. “Io amo con te”, allora. Scoprendo così che è soltanto “con” l’altro che il naufragare può essere dolce.

Michela Marzano