mercoledì 17 novembre 2010

Parresia

Nella tradizione antica esisteva una pratica definita con il termine parresia, che possiamo tradurre con parlar chiaro, dire tutto con estrema chiarezza, dire tutto quello che si pensa. Potrebbe sembrare che parresia, in questo caso, si identifichi con la sincerità e ci sono buone ragioni per dirlo, infatti, stando ad una etimologia in uso vuol dire "sine cera" quindi trasparente senza nulla che veli. Quindi la sincerità, da questo punto di vista, corrisponde alla parresia. Come parlare chiaro, la sincerità, è la trasparenza in cui si dice quello che si pensa, senza finzione. 
E’ evidente che oggi, come nell’antichità, c’è una difficoltà ad essere sinceri. Dire quello che si pensa non sempre può risultare conveniente perché si dice anche il disaccordo e se lo si dice con chiarezza evidentemente si prende una posizione che può disturbare il cosiddetto quieto vivere. 
In una cultura delle buone maniere o dell’adattamento c’è anche un adattamento della verità alle situazioni e quindi un elemento di passività non al servizio della verità ma una verità messa al servizio di qualcosa che chiamiamo in senso lato la convenienza. Ora è chiaro che in alcuni casi la prudenza suggerisce di non dire proprio la verità del tutto, di accennarla, anche perché non è detto che dicendola, chi ascolta, la comprenda. Potrebbe dire: “è una tua posizione, perché mai dovrei adottarla”. 
Qui si introduce una nuova variante, e non di poco peso: si può essere sinceri e dire sino in fondo quello che si pensa? Ma quello che si pensa è vero? Corrisponde allo stato delle cose? 
Noi possiamo essere perfettamente sinceri rispetto alla nostra posizione, alla nostra intenzione, diciamo quello che pensiamo, ma non è detto che quello che pensiamo sia vero. Quindi io posso essere perfettamente sincero, come si dice parlare in tutta buona fede, ma non dire il vero e quindi chi ci ascolta potrebbe anche sentirsi autorizzato a confutare la mia opinione. Il vantaggio della sincerità è che io dico ciò che penso, lo espongo alla confutazione e quindi da questo punto di vista ho il coraggio di proporre quello che ho in mente, di dire come stanno le cose, ho il coraggio di espormi alla critica dell’altro. Anche se nella mia sincerità io non dico la verità perché posso anche sbagliare, sottopongo la mia opinione alla verifica, perché se io non sono sincero, non posso sottoporre la mia opinione alla verifica. Quindi per essere sinceri non è necessario dominare la verità, per essere sinceri bisogna dire quello che si pensa e proporlo ed esporlo alla critica degli altri.
La parresia non è soltanto utile perché non inganna ma è utile perché permette a noi di potere accertare se quello che pensiamo corrisponde allo stato di cose, dice come va il mondo, oppure sotto l’obiezione dell’altro riconoscere in effetti che la mia opinione non è vera. 
Il contenuto della sincerità può essere opinabile, ma per stabilire quanto è opinabile devo essere sincero perché se non sono sincero evidentemente non mi metto mai in una sfida con la verità. Si può essere sinceri senza avere la verità però se non si è sinceri non si può mettere se stessi alla prova della verità ed ecco la ragione per cui il parlar chiaro, il dire quello che si pensa, è un elemento importante di chiarimento nel rapporto con gli altri e nel modo in cui, da prospettive diverse, si giudica il mondo. 
Se tutto questo è vero è anche vero che molte volte, dicendo a chiare lettere quello che si pensa, non solo si dice la verità ma si disturba qualcuno, si disturba chi la vuole nascondere, si disturba chi, attraverso simulazioni, proprio essendo non sincero, si cela. 
Non solo la parresia mette alla prova la verità di quello che io penso ma la parresia svela l’eventuale inganno dell’altro e quindi da questo punto di vista la parresia è inquietante, disturba, è pericolosa. 
Quando si dice quello che si pensa, questo gli antichi lo sapevano, ci si mette a rischio. Infatti una delle caratteristiche fondamentali della parresia, allora, era il coraggio. 
Per gli antichi la parresia non era solo essere sinceri, ma l’essere sinceri sotto una certa condizione, essere sinceri nei confronti del potere, dire la verità al potere.
La parresia era nel mondo antico, Foucault in un suo bel saggio l’ha mostrato, fondamentalmente asimmetrica, non era il semplice essere sinceri, era l’essere sinceri in condizioni di pericolo, dire la verità a chi aveva in mano lo scettro del potere e quindi spogliarlo del suo mistero. 
In una società come la nostra non solo c’è un accomodamento per il quieto vivere ma c’è anche un’inerzia nei confronti del potere, si preferisce aggirarlo e non scontrarsi con esso il che vuol dire che se io lo evito il malaffare gira lo stesso e se non mi prende di petto mi afferra per contiguità. C’è una parola molto chiara per dire questo: omertà. Non essere sinceri vuol dire sostanzialmente essere omertosi nei confronti del potere.
Il coraggio è la dimensione psicologica necessaria per potere dire la verità al potere.
Si può essere sinceri da soli, più facile se in relazione di comunità. Soltanto in una relazione di comunità si fa schieramento, si fa forza. Se il coraggio non viene da me può venire dall’insieme che si fa coraggio.

giovedì 28 ottobre 2010

Frattini ateofobo

Il ministro degli esteri Franco Frattini ha scritto l’altro ieri che «l’ateismo, il materialismo e il relativismo» sono «fenomeni perversi», caratterizzati da «fanatismo e intolleranza», che «minacciano la società», e vanno pertanto combattuti con un’alleanza tra cristiani, musulmani ed ebrei. Le pesantissime affermazioni sono contenute in un articolo pubblicato sull’Osservatore Romano.
«All’Italia mancava ormai soltanto un ministro ateofobo», commenta Raffaele Carcano, segretario dell’UAAR. L’associazione ha già chiesto un intervento al Presidente Giorgio Napolitano: «poiché passeranno una settimana insieme in Cina, il Capo dello Stato ha tutto il tempo per chiedere spiegazioni a Frattini», prosegue Carcano. L’articolo, ha scritto l’UAAR a Napolitano, «non è degno di un ministro di uno Stato che individua nella laicità e nella libertà di coscienza due supremi principi costituzionali». E per questo motivo ne chiede le dimissioni, in assenza di rettifiche.



«Le parole di Frattini non a caso riecheggiano quelle usate da Ahmadinejad nella recente lettera scritta al papa», conclude Carcano: «l’avanzata della secolarizzazione è così galoppante che le religioni e i governi che le ossequiano pensano che sia ormai necessario unire gli sforzi». Anche se, nel farlo, si violano elementari diritti umani.

sabato 16 ottobre 2010

Il futuro, una tappa da bruciare

Scrive Giacomo Marramao in Potere e secolarizzazione: "il futuro non è più intenzionato e prospettato come finalità, ma come tappa da bruciare: esiste soltanto per essere consumato il più rapidamente possibile e depositato alle spalle del margine pericolosamente minimo lasciato all'esperienza".
Per gli antichi greci, l’uomo per vivere aveva bisogno di una costruzione di senso, necessaria per esorcizzare la paura della morte, ritenuta l’implosione di ogni senso. Questa visione tragica dell’esistenza venne cambiata dal cristianesimo, utilizzando come fine ultimo la vita oltre la morte.
Nell’era contemporanea le speranze ultraterrene, nella maggior parte dei casi, hanno lasciato il passo ad una visione del mondo priva di trascendenza, come se Dio non esistesse, sono venuti a mancare gli ideali, lasciando l’individuo nella costante ricerca di nuove maschere, illusioni e inganni per dare un senso alla sua vita. 
I ragazzi di oggi guardano in faccia l’incertezza del vivere e reagiscono disinteressandosi del futuro, essendo certi di non poter più incidere per cambiare le regole della società, rifiutano di comunicare con gli adulti e negano l’accesso al loro cuore.
Allo stesso tempo sono alla ricerca costante di segnali autorevoli che raramente trovano nei loro genitori o insegnanti, questi ultimi sempre più rassegnati e demotivati.
La società, dal canto suo, dopo averli fatti studiare per anni, al massimo della forza biologica, non li ritiene utili perché privi di pratica ed esperienza e la loro disoccupazione si riempie di vuoto non voluto, affogando nella noia e nel non sapere che fare della loro vita.
Paradossalmente, vogliono apparire euforici, sicuri si sé, pronti a prendersi tutto. Ciò nonostante sono insoddisfatti e alla ricerca costante di un’identità, la loro e non quella imposta dalla moda, dalla televisione e dalla pubblicità. I giovani non si sentono mai sufficientemente se stessi, mai sufficientemente attivi, sono poveri di vita interiore e si fermano di rado ad ascoltarsi.
Si può ritenere fallita l’educazione emotiva che le istituzioni sociali, familiari e soprattutto scolastiche hanno elargito ai giovani d’oggi? Ritengo proprio di si, non si è fatto molto per questi ragazzi nel facilitarli alla conoscenza di sé, nel percepire il cuore come organo che ci fa sentire che cosa è giusto e che cosa non lo è, chi sono e che cosa ci fanno al mondo. Lo psicologo Daniel Goleman dell'Università di Harvard in proposito scrive: "Siccome l'educazione delle emozioni ci porta a quell'empatia che è la capacità di leggere le emozioni degli altri, e siccome senza percezione delle esigenze e della disperazione altrui, non può esserci preoccupazione per gli altri, la radice dell'altruismo sta nell'empatia, che si raggiunge con quell'educazione emotiva che consente a ciascuno di conseguire quegli atteggiamenti morali dei quali i nostri tempi hanno grande bisogno: l'autocontrollo e la compassione!".
Ai giovani d’oggi consiglierei di non bruciare troppo rapidamente quello spazio che c’è tra il desiderio e la sua soddisfazione, perché in quell’intervallo si nutre il desiderio che l’appagamento spegne, mentre rafforzare il desiderio crea l’idealizzazione dell’altro, un linguaggio interiore generato dall’immaginazione. 
Il desiderio è potenzialmente rivoluzionario, spinge il ragazzo a cercare strade diverse da quelle omologanti e conformiste, lo aiuta a trovare sentieri che sente davvero suoi dove potersi riconoscere.
Alla nostra società consiglierei una politica che sappia offrire una nuova visione del mondo o altrimenti la fiducia che non tutto è immodificabile. Il disagio giovanile oggi è culturale più che esistenziale e non è sufficiente l’ottimismo dei mass-media perché il disagio è più profondo di quanto si crede.

lunedì 11 ottobre 2010

si sono sciolti i nodi teoretici

“Soddisfatto è solamente colui il quale, a un certo momento, cessa dal pensare, e si mette ad ammirare se medesimo, cioè il suo cadavere di pensatore; e fa oggetto delle sue cure non più l’arte o la filosofia, ma la sua propria persona”



Da Pindaro, Pit., 72: “diventa ciò che sei”


sabato 2 ottobre 2010

Corbellini su Zuckerman: Un miliardo (e più) di non credenti


Da segnalare l’interessante articolo Un miliardo (e più) di non credenti su Il Sole 24 Ore del 26 settembre, recensione di Gilberto Corbellini del saggio curato dal sociologo Phil Zuckerman Atheism and Secularity (in due volumi, di cui è uscito il primo). Il sociologo del Pitzer College è un punto di riferimento imprescindibile per lo studio della non credenza nel mondo contemporaneo.
I non credenti, “cioè le persone che non credono in un dio personale nè in entità ultraterrene”, sono tra i 500 e i 750 milioni nel mondo e se si aggiungono le persone “che sono religiose ma non si sentono parte ‘di nessuna chiesa’, o persone che semplicemente si dichiarano non religiose ma ‘credono in qualcosa’, il numero potrebbe quasi raddoppiare”, scrive Corbellini. Stimati nel 1900 allo 0,2%, i non credenti oggi per numero vengono dopo cristiani, islamici e induisti e sono distribuiti nei paesi più sviluppati a livello economico e con alti livelli di scolarità e qualità della vita.
“Contrariamente a quello che si sente dire”, sottolinea Corbellini citando gli studi di Zuckerman, “nel mondo gli atei sono in aumento e anche il processo di secolarizzazione è in espansione”, con circa 8,5 milioni di non credenti o atei all’anno in più.
“Ateismo e secolarizzazione” vedono “numerosi tratti positivi, come livelli significativamente più bassi di pregiudizio, di etnocentrismo, di razzismo e di omofobia” e “supporto maggiore all’eguaglianza femminile”. I non credenti inoltre “allevano i loro figli promuovendo in loro la maturazione di un pensiero indipendente e senza ricorrere a punizioni corporali”. Zuckerman “non ignora gli studi che sembrano dire cose diverse” sui non credenti, “ma dimostra che o sono metodologicamente mal impostati, o che mettono l’accento su aspetti diversi”. Pur emergendo che le persone religiose sono meno a rischio per disturbi del comportamento, consumo di alcoolici e droghe o per la violazione della legge, “per quanto riguarda i comportamenti più violenti e gli omicidi, gli atei non sono più a rischio dei religiosi”.
Altro “luogo comune che gli studi demografici e sociologici sfatano è quello che gli atei non abbiano valori”: piuttosto, sono “carenti in quei ‘valori’ che prevalgono tra le persone molto religiose, come il nazionalismo, i pregiudizi socio-sessuali, l’autoritarismo, l’antisemitismo, la chiusura mentale e il dogmatismo”. Ma gli atei continuano ad essere “la vera ossessione degli integralisti”, subendo discriminazioni sia nei paesi cristiani che in quelli islamici. “Quando si dice che le religioni stanno tornando” afferma poi Corbellini, “in realtà si confonde la religiosità con il fenomeno socioculturale che le vede trasformarsi in strumento di lotta politica”, fenomeno più acuto in quelle zone “dove c’è o torna la povertà economica, e dove c’è o torna l’ignoranza”.

giovedì 15 luglio 2010

Por Osmar di Alejandro Jodorowsky

Non mi piace la gente la cui mente non sa riposare in silenzio, il cui cuore critica gli altri senza sosta, la cui sessualità vive insoddisfatta, il cui corpo s'intossica senza saper apprezzare di essere vivo......

video: Por Osmar di Alejandro Jodorowsky

lunedì 28 giugno 2010

L' orgoglio

L’orgoglio è una virtù. Chiamiamola virtù perché molte volte l’orgoglio non è ritenuta una virtù ed è confuso facilmente con la superbia nel senso che l’orgoglio lo si intende come un atteggiamento di distacco, di superiorità nei confronti degli altri.
Beh, se noi lo prendiamo nella giusta collocazione ci accorgiamo che l’orgoglio non è tanto la pretesa di essere superiore agli altri, che sarebbe superbia, non è la pretesa di non avere nessuno al di sopra di sé, ma l’orgoglio è la pretesa del riconoscimento della propria dignità e della propria grandezza. E quindi da questo punto di vista noi dobbiamo sposare non tanto l’orgoglio con la superbia ma con il senso della dignità e David Hume da delle indicazioni molto belle in questo senso: “l’orgoglio è il sentimento del proprio valore”.
La caratteristica dell’orgoglio è che, in quanto pretesa di riconoscimento, in base a un valore, pretende il riconoscimento, non lo cerca. La caratteristica dell’orgoglio è che l’orgoglioso è distaccato, è austero, perché sapendo di valere pretende, ma proprio perché sa di valere non lo cerca.
Chi cerca l’apprezzamento, colui che, sapendo di non valere, vuole in qualche modo conquistare in modo surrettizio la scena. Normalmente chi cerca l’apprezzamento, si esibisce, chi ritiene di valere si ritrae. Ecco perché abitualmente nella nostra società, purtroppo, abbiamo troppo vana gloria e pochissimo orgoglio. Gente che vale poco o non si applica per valere che cerca il consenso attraverso l’esibizione, l’ammiccamento. Forse sarebbe opportuno rivalutare l’orgoglio come frutto di una fatica che attinge l’opera e cerca il riconoscimento in base a quello che ha fatto e non attraverso una dimensione seduttiva soprattutto nei confronti dei deboli.

Salvatore Natoli

giovedì 15 aprile 2010

Ironia e leggerezza

Questa mattina è morto Raimondo Vianello, l'uomo che più di qualunque altro invidiavo per la sua ironia e leggerezza, così profondamente assente in me.....addio

Intravvedere altri orizzonti

Se in me è quella voglia di cercare, che spinge le vele verso terre non ancora scoperte, se nel piacere è un piacere di navigante, se mai gridai giubilmente: "la terra scomparve" - ecco la mia ultima catena è caduta - il senza-fine mugghia intorno a me, laggiù lontano splende per me lo spazio e il tempo, orsù! coraggio! vecchio cuore!

F. Nietzsche

martedì 13 aprile 2010

Il consulente filosofico

Il consulente filosofico non fa terapia, non cura l'ospite (cliente/consultante), ma si cura di lui, aprendosi a un dialogo in cui va incontro alla persona per accompagnarla nella riflessione, per ravvivare il suo modo di pensare, senza imporgli il proprio.

Gerd B. Achenbach

domenica 21 marzo 2010

Dare un senso alla vita può condurre alla follia


Molte volte ho studiato la lapide che mi hanno scolpito: una barca con vele ammainate, in un porto. In realtà non è questa la mia destinazione ma la mia vita. Perché l’amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno; il dolore bussò alla mia porta, e io ebbi paura; l’ambizione mi chiamò, e io temetti gli imprevisti. Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita. E adesso so che bisogna alzare le vele e prendere i venti del destino, dovunque spingano la barca. Dare un senso alla vita può condurre a follia ma una vita senza senso è la tortura dell’inquietudine e del vano desiderio, è una barca che anela al mare eppure lo teme.
Edgar Lee Masters 

mercoledì 3 marzo 2010

Siamo figli del caso?

Schopenhauer asserisce che nasciamo per la continuità della specie, a cui interessa la riproduzione e non il senso della vita degli individui che, a loro insaputa, collaborano a questo scopo.
Mi trovo in sintonia con il pensiero del filosofo tedesco, penso che nasciamo per caso e che il percorso della nostra vita sia disegnato da continue coincidenze. Tenere ben presente questa considerazione mi fa trovare la giusta misura nel mio frenetico affaccendarmi nella vita.
Nietzsche aveva ben individuato la dimensione tragica dell’uomo, aver bisogno di costruirsi un senso in vista della morte....implosione di ogni senso.

giovedì 11 febbraio 2010

Benigni - La Poesia


Su su.. svelti, veloci, piano, con calma…
Poi non v’affrettate, non scrivete subito poesie d’amore, che sono le più difficili, aspettate almeno almeno un’ottantina d’anni.
Scrivetele su un altro argomento… che ne so… sul mare, il vento, un termosifone, un tram in ritardo… che non esiste una cosa più poetica di un’altra!
Avete capito?
La poesia non è fuori, è dentro…
Cos’è la poesia, non chiedermelo più,
guardati nello specchio, la poesia sei tu…
..e vestitele bene le poesie, cercate bene le parole… dovete sceglierle!
A volte ci vogliono otto mesi per trovare una parola! Sceglietele…che la bellezza è cominciata quando qualcuno ha cominciato a scegliere.
Da Adamo ed Eva…
lo sapete Eva quanto c’ha messo prima di scegliere la foglia di fico giusta!!!
“Come mi sta questa, come mi sta questa, come mi sta questa..” ha spogliato tutti i fichi del paradiso terrestre!
Innamoratevi,
se non vi innamorate è tutto morto… morto!
Vi dovete innamorare e tutto diventa vivo, si muove tutto… dilapidate la gioia, sperperate l’allegria e siate tristi e taciturni con esuberanza!
Fate soffiare in faccia alla gente la FELICITÀ! E come si fa? …fammi vedere gli appunti che mi sono scordato… questo è quello che dovete fare…
non sono riuscito a leggerli!
Per trasmettere la felicità, bisogna essere FELICI
e per trasmettere il dolore, bisogna essere FELICI.
Siate FELICI!!!
Dovete patire, stare male, soffrire.. non abbiate paura di soffrire, tutto il mondo soffre! E se non avete i mezzi non vi preoccupate… tanto per fare poesie una sola cosa è necessaria… tutto.
Avete capito?
E non cercate la novità… la novità è la cosa più vecchia che ci sia…
E se il verso non vi viene, da questa posizione, né da questa, ne da così, buttatevi in terra! Mettetevi così!
Ecco… ohooo… è da distesi che si vede il cielo… guarda che bellezza…perché non mi ci sono messo prima…
I poeti non guardano, vedono.
Fatevi obbedire dalle parole… Se la parola ‘muro’ non vi da retta, non usatela più…per otto anni, così impara!
Che è questo, bhooo non lo so!
Questa è la bellezza, come quei versi là che voglio che rimangano scritti li per sempre…
forza, cancellate tutto che dobbiamo cominciare!
La lezione è finita.

venerdì 5 febbraio 2010

Dialogo filosofico

La filosofia,  a differenza della religione, non è autoritaria. E’ convinta che la verità, anche se incompiuta, imperfetta e mescolata a tanti errori, dimori in ciascun uomo. Maestro è colui che aiuta gli uomini a trarla fuori dalla confusione delle loro opinioni, anche se in contrasto con le idee più diffuse e da tutti condivise, non chi trasmette la verità.
Socrate era un “maestro”, aiutava coloro che ritenevano di sapere qualcosa a fondare le loro opinioni con argomenti solidi, in modo che stessero in piedi da sole, e non per l’autorità di chi le enunciava o per la fede in credenze infondate.
Il dialogo filosofico serve a intaccare i propri pregiudizi, a indebolire le posizioni troppo rigide, a educare al dubbio, ad allargare la propria visione del mondo, perché spesso i problemi sono oscuri solo perché guardati da un punto di vista che non tiene conto degli altri possibili.
“Se hai trovato una risposta a tutte le domande, vuol dire che le domande che ti sei posto non erano giuste”. 

Oscar Wilde

lunedì 25 gennaio 2010

Auguri al mio pensiero felice

Oggi mio figlio Edoardo compie 14 anni, l'età più bella e allo stesso tempo più coraggiosa della vita. E' in questo delicato periodo che l'uomo di domani si costruisce la propria personalità in modo concreto, sfidando il mondo che lo sfida, rispondendo all'amore che lo chiama, dialogando costantemente con le paure nuove che lo interrogano, godendo più intensamente dei primi successi ottenuti, affrontando con incertezza emotiva le prime delusioni che lo accompagnano.

Dedico a lui questa bellissima poesia di Kipling, insegnamento di vita e fonte di coraggio. Buon compleanno tesoro mio.
SE
Se riesci a conservare il controllo quando tutti
Intorno a te lo perdono e te ne fanno una colpa;
Se riesci ad aver fiducia in te quando tutti
Ne dubitano, ma anche a tener conto del dubbio;
Se riesci ad aspettare e non stancarti di aspettare,
O se mentono a tuo riguardo, a non ricambiare in menzogne,
O se ti odiano, a non lasciarti prendere dall’odio,
E tuttavia a non sembrare troppo buono e a non parlare troppo saggio;
Se riesci a sognare e a non fare del sogno il tuo padrone;
Se riesci a pensare e a non fare del pensiero il tuo scopo;
Se riesci a far fronte al Trionfo e alla Rovina
E trattare allo stesso modo quei due impostori;
Se riesci a sopportare di udire la verità che hai detto
Distorta da furfanti per ingannare gli sciocchi
O a contemplare le cose cui hai dedicato la vita, infrante,
E piegarti a ricostruirle con strumenti logori;
Se riesci a fare un mucchio di tutte le tue vincite
E rischiarle in un colpo solo a testa e croce,
E perdere e ricominciare di nuovo dal principio
E non dire una parola sulla perdita;
Se riesci a costringere cuore, tendini e nervi
A servire al tuo scopo quando sono da tempo sfiniti,
E a tener duro quando in te non resta altro
Tranne la Volontà che dice loro: “Tieni duro!”.
Se riesci a parlare con la folla e a conservare la tua virtù,
E a camminare con i Re senza perdere il contatto con la gente,
Se non riesce a ferirti il nemico né l’amico più caro,
Se tutti contano per te, ma nessuno troppo;
Se riesci a occupare il minuto inesorabile
Dando valore a ogni minuto che passa,
Tua è la Terra e tutto ciò che è in essa,
E – quel che è di più – sei un Uomo, figlio mio!
Rudyard Kipling

sabato 23 gennaio 2010

Il senso della vita. A. Merini

"La vita non ha senso. Anzi è la vita che ci dà un senso, sempre che noi la lasciamo parlare perché prima dei poeti parla la vita. Dobbiamo ascoltarla la vita!"

video: la vita non ha senso

poesia di Borges




Se io potessi vivere un'altra volta la mia  vita prossima
cercherei di fare più errori
non cercherei di essere tanto perfetto,
mi negherei di più,
sarei meno serio di quanto sono stato,
difatti prenderei pochissime cose sul serio.
Sarei meno igienico,
correrei più rischi,
farei più viaggi,
guarderei più tramonti,
salirei più montagne,
nuoterei più fiumi,
andrei in posti dove mai sono andato,
mangerei più gelati e meno fave,
avrei più problemi reali e meno immaginari.
Io sono stato una di quelle persone che ha vissuto sensatamente
e precisamente ogni minuto della sua vita;
certo che ho avuto momenti di gioia
ma se potessi tornare indietro cercherei di avere soltanto buoni momenti.
Nel caso non lo sappiate, di quello è fatta la vita,
solo di momenti, non ti perdere l'oggi.
Io ero uno di quelli che mai andava in nessun posto senza un termometro,
una borsa d'acqua calda, un ombrello e un paracadute;
se potessi vivere di nuovo comincerei ad andare scalzo all'inizio della primavera
e continuerei così fino alla fine dell'autunno.
Farei più giri nella carrozzella,
guarderei più albe e giocherei di più con i bambini,
se avessi un'altra volta la vita davanti.
Ma guardate, ho 85 anni e so che sto morendo.

giovedì 21 gennaio 2010

L’esperienza ci fa progredire o ci limita?

Mi capita spesso di riflettere sulle mie esperienze di vita e di domandarmi se queste possono condizionare positivamente la mia crescita interiore e le mie relazioni con gli altri. Mi chiedo se le esperienze negative siano utili per diventare più saggio o al contrario contribuiscano a farmi temere e limitare quelle successive. Forse, come tutti, anche se continuo a desiderare la felicità, preferisco a questa la sicurezza, di cui la mia esperienza ha fornito difese. Mi sento spesso di aderire ad una maggiore prudenza per una serenità più duratura.
L’esperienza, se da una parte apre ad una visuale nuova, subito la richiude se questa ci delude. Dovrei evitare che quella negative diventino modello di riferimento per quelle future, evitare che la mia vita si imprigioni nel già vissuto.

martedì 19 gennaio 2010

Ateismo e senso della vita

"Io credo che la vita non abbia alcun senso. Il trucco nella vita di un’artista, di un intellettuale, cosa che io non sono, di un pensatore, consiste nel capire come poter tirare avanti, consapevoli di questa terribile realtà, quanto priva di senso è la vita, di quanto siamo schiacciati dall’enormità dell’universo, cercando di trovare un piacere, una gioia, una ragione per continuare a vivere. Questo è il gran conseguimento di una vita”

Woody Allen

Non sono del tutto d’accordo con il grande Woody Allen. I credenti pensano di noi proprio questo: la vita per gli atei non ha significato. Al contrario, spesso sono proprio i religiosi che affermano che la vita non abbia senso, illudendo i loro seguaci che possa essere riscattata e promettendo loro felicità eterna dopo la morte. Noi riteniamo questa paura del non-significato, insignificante. Ho la presunzione di credere che questo sia il senso dell’affermazione dataci da Woody Allen: considerare la vita un bene prezioso, ritenerla piena di contenuti reali e degna di essere vissuta fino in fondo.
Un altro luogo comune è inoltre ritenere che noi atei rifiutiamo l’esperienza spirituale. Provare amore, estasi, abbandono, meraviglia sono esperienze che apprezziamo e ricerchiamo di continuo. Il fatto che alcuni cristiani trasformano in meglio la propria vita leggendo la Bibbia e pregando Gesù non prova altro se non che la riflessione su discipline fondate sul rigore e sul rispetto di determinate regole comportamentali, può avere un gran beneficio sul pensiero umano.
L’ateismo non fornisce basi morali è un’altra accusa che le religioni fanno a chi non crede. Se una persona non capisce di per sé il rispetto per gli altri e le normali regole di convivenza civile, non lo capirà leggendo la Bibbia o il Corano. Questi testi, infatti, sono pieni di soprusi e violenze, sia terrene sia divine. Noi atei non fondiamo la nostra moralità dalla religione, decidiamo cosa è giusto ricorrendo a fondamenti morali radicati in noi stessi e rimodellati da millenni di pensieri e riflessioni sulle cause e le possibilità della felicità umana.
Tutti i più alti valori e gli atti più belli sono sempre stati frutto dell’Essere Umano.
La morale è la sensibilità interiore e l’insieme di regole sul comportamento nobile.
La Chiesa sostiene che la legge morale provenga da Dio. In realtà, è sempre stata umana, nient’altro che umana. E' nata proprio dentro di noi.
L’uomo, dall’alba dei tempi, si è dato delle regole per avvicinarsi, e nel migliore dei casi vivere, quei valori che consideriamo fra le più belle conquiste dell’Umanità: giustizia, bontà, verità, libertà, indipendenza, onestà, fratellanza, equilibrio, cultura, appagamento, benessere, rispetto reciproco.
Tendiamo fisiologicamente a distinguere ciò che ci fa bene da ciò che ci fa male. E' questa autodeterminazione morale che ha permesso la nostra sopravvivenza fin dai tempi più antichi.
Un valore si accetta perché è buono non perché lo abbia dato un dio. Non è chi obbedisce, ma colui che sceglie ad essere veramente grande.
L’essere atei è una condizione esistenziale che si assume, si vive in prima persona, si elabora in completa solitudine e si congiunge a una visione del mondo. Questo modo di Esserci non si presenta all’improvviso come fosse una “conversione”. Di solito è il frutto di un processo lungo e doloroso, in cui le verità acquisite inconsapevolmente si scontrano con le verità acquisite con l’esperienza; in cui le parti di un puzzle combaciano e si uniscono in una rappresentazione atea definitiva e irreversibile.

domenica 17 gennaio 2010

Meditate filosofi, meditate...

Chi non ha o non ha mai avuto immaginazione, sentimento, capacità di entusiasmo, di eroismo, d'illusioni vive e grandi, di forti e varie passioni, chi non conosce l'immenso sistema del bello, chi non legge o non sente, o non ha mai letto o sentito i poeti, non può assolutamente essere un grande, vero e perfetto filosofo, anzi non sarà mai se non un filosofo dimezzato, di corta vista, di colpo d'occhio assai debole, di penetrazione scarsa...


G. Leopardi, Zibaldone, 4 ottobre 1821

venerdì 15 gennaio 2010

Tra il pensare e il fare

Il manuale dello stoico Epiteto è un testo di pratica di spiritualità, dove si avverte che a nulla valgono letture e studi se poi il soggetto non cerca di applicare su di sé i principi per dare forma etica al proprio essere.

giovedì 14 gennaio 2010

Il nuovo conformismo. Troppa psicologia nella vita quotidiana

Il sociologo ungherese Frank Furedi che insegna all'università di Kent a Canterbury, autore de ll nuovo conformismo. Troppa psicologia nella vita quotidiana (Feltrinelli), afferma che la patologizzazione di esperienze umane, fino a ieri ritenute normali, risponde all'esigenza di omologare gli individui non solo nel loro modo di "pensare" (a questo ha già provveduto "il pensiero unico" per cui, come già ammoniva Nietzsche: "Chi pensa diversamente, va spontaneamente in manicomio"), ma soprattutto nel loro modo di "sentire".
Questo nuovo "conformismo emotivo", come lo chiama Furedi, è un governo degli uomini più sottile e pervasivo di quanto le religioni e le ideologie del passato siano mai riuscite a fare, perchè attutisce le tensioni sociali, spegne i possibili conflitti, riduce al silenzio le voci che rifiutano di uniformarsi al sistema.

mercoledì 13 gennaio 2010

Benvenuti!

Ognuno di noi possiede una visione del mondo che gli consente di interagire con la realtà che lo circonda.
Non sempre, però, tale sguardo è in armonia con quello che desideriamo e il nostro procedere si fa incerto.
Le pratiche Filosofiche vanno incontro all'esigenza che ognuno di noi ha nel confrontarsi con l'altro da sé, ridisegnando percorsi mentali che facilitano, attraverso una maggiore consapevolezza, la risoluzione di problematiche sociali, esistenziali, sentimentali.

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