venerdì 13 novembre 2015

La religione del nostro tempo

La religione del nostro tempo si fonda su due menzogne fondamentali.
La prima menzogna è la menzogna della libertà, cioè l’idea che l’essere umano è centrato su se stesso, che l’essere umano ha come compito fondamentale la propria autoaffermazione, coltivare la propria indipendenza, la propria autonomia e che la libertà sarebbe l’espressione più pura della capacità di essere autonomo del soggetto. 
La capacità di autofondarsi è una menzogna perché nega la dipendenza costitutiva che lega l’essere umano all’altro, non c’è vita umana senza la presenza dell’altro, non c’è vita umana senza il legame con l’altro. Mentre oggi ci si vuol fare credere che la libertà, o meglio il fantasma della libertà di tipo perverso che oggi circola, è che ciò che conta è l’uno solo.
Questa è la menzogna del farsi un nome da sé, del farsi da sé, farsi senza passare attraverso il legame con l’altro.
La seconda grande menzogna che si intreccia e rafforza la prima è la menzogna del nuovo e cioè l’idea che la felicità, la soddisfazione, il bene, è sempre in quello che non abbiamo, è sempre in quello che ci manca, è sempre nel nuovo, in quello che non possediamo.
Questa ricerca del nuovo porta con se una certa ebrezza, che nel tempo però genera la stessa insoddisfazione. Sostituire l’oggetto non modifica l’insoddisfazione, quindi questa libertà di farsi da sé, questa libertà dell’uno, questa ricerca del nuovo, non porta la vita alla felicità, non porta la vita alla soddisfazione.
In amore si scopre una verità profonda, si scopre che la vera e più autentica vulnerabilità dell’essere umano non è nel vivere nell’uno ma nel vivere nel due, lo sanno bene molti pazienti nevrotici che si lamentano di non trovare la persona giusta, in realtà non hanno nessuna intenzione inconscia di trovarla, stanno bene nell’uno, perché il due, è vero che fa sorgere il mondo, ma li espone anche a un rischio. L’amore è l’esperienza di questa esposizione assoluta al rischio della perdita, essere nelle mani dell’altro, senza riserve, essere solo in questo legame, tutto in questo legame. E’ un rischio assoluto, l’amore assoluto esige l’esposizione assoluta e questo espone al trauma.

sabato 5 settembre 2015

Scegliere il silenzio


A volte penso sia un peccato 
dare parole all'angoscia che sento,
perché le parole, come fa la Natura, rivelano
e insieme celano l'interno dell'Anima.

Nelle parole, come in gramaglie, mi avvolgo,
come in ruvidi panni contro il freddo,
ma della grande angoscia che coprono
appare il contorno e niente più.

Alfred Tennyson 


Vorrei che ciascuno di noi meditasse su queste cose: sulle parole che ogni giorno diciamo talora senza valutarne le risonanze emozionali nell'anima di chi ci ascolta; ma ripensando anche alle parole del poeta inglese che ci invitano a scegliere talora il silenzio.

giovedì 9 luglio 2015

Io amo con te

«Non vi è più soggetto-oggetto, ma breccia spalancata tra l’uno e l’altro», scrive Georges Bataille parlando dell’amore. «E nella breccia, il soggetto e l’oggetto sono dissolti; vi è passaggio, comunicazione, ma non dall’uno all’altro; l’uno e l’altro hanno perso l’esistenza distinta ». Ma se l’uno e l’altro non sono più separati, non c’è allora il rischio di perdersi per sempre? E quindi di trasformare l’amore in un naufragio, nonostante il giustapporre termini come “amore” e “naufragio” sembri a prima vista un vero e proprio ossimoro?
In realtà, tutto dipende da cosa si intende esattamente per naufragio, visto che la parola ha diversi significati e che, se da un lato rinvia alla “rovina” e al “fallimento”, dall’altro lato rinvia anche al “dolce smarrirsi” di leopardiana memoria, e quindi a un perdersi momentaneo, prima di approdare nuovamente in un porto sicuro. Ma allora in che senso e in che misura si può accettare l’indistinto senza andare alla deriva? Che cosa si può smarrire e che cosa si deve invece ritrovare per evitare il fallimento e il naufragio dell’amore?

Per Freud, padre della psicoanalisi, si diventa autonomi solo nel momento in cui si è capaci di mantenere «linee di demarcazione chiare e nette » tra sé e gli altri. Si può amare in modo “normale” solo grazie a un doppio processo di separazione: bisogna prima separarsi dalla madre, poi differenziarsi dal mondo. E anche se al culmine dell’innamoramento i limiti tra l’io e il tu rischiano di essere cancellati, l’abbandono all’altro non dovrebbe mai essere totale e definitivo. La capacità di ritrovare i propri confini dopo i momenti di rapimento erotico è infatti la chiave di volta dell’identità personale di ognuno; è ciò che evita di scivolare nel non-senso dell’indistinto e della confusione; è ciò che impedisce il naufragio definitivo. Certo, non c’è amore senza abbandono. Non c’è amore senza il rischio di mettersi a nudo e di mostrare all’altro le proprie fragilità e le proprie contraddizioni. Esattamente come l’altro si abbandono a noi e accetta il rischio di togliersi la maschera dell’indipendenza e dell’autosufficienza. Ma l’amore fallisce inesorabilmente se si pensa che tutto si riduca a un reciproco possesso. Quel “tu sei mio o mia” che non può che soffocare. Perché nessuno appartiene a nessuno. (…) L’amore naufraga se non si è disposti a lasciarsi andare e se non la si smette di controllare tutto. Se non si capisce che ci sono tante cose che non dipendono da noi e se non si accetta di abbandonarsi almeno parzialmente all’altro. Ma naufraga anche se ci illudiamo che, con l’altra persona, potremo un giorno sperimentare di nuovo la gioia della fusione e dell’indeterminatezza che si è sperimentata durante l’infanzia. Il “poter-essere- soli”, come scrive il filosofo tedesco Axel Honneth, «costituisce il polo soggettivo di una tensione intersoggettiva, della quale il secondo polo è la capacità di fusione illimitata con l’altro». Perché se non c’è amore senza fusione, non c’è amore nemmeno senza la capacità, talvolta, di costruire e proteggere una distanza di sicurezza. Accettando che i dubbi non scompaiano mai. Esattamente come l’incertezza che avvolge il desiderio. Chi potrebbe d’altronde essere così folle da pensare di sapere esattamente chi è e che cosa vuole? (…) «Amare significa, in ogni caso, essere vulnerabili», disse un giorno il romanziere britannico C. S. Lewis. Subito prima di concludere: «Qualunque sia la cosa che vi è cara, il vostro cuore prima o poi dovrà soffrire per causa sua, e magari anche spezzarsi. Se volete avere la certezza che esso rimanga intatto, non donatelo a nessuno». Unico modo, per Lewis, per evitare il naufragio. Unico modo, in fondo, per non smarrirsi definitivamente. Dimenticando, però, che la vulnerabilità è parte della condizione umana e della sua finitezza. E che anche se decidessimo di restare per sempre da soli, dovremmo comunque fare i conti con tutto quello che ci manca, quello che non siamo, quello che non avremo mai. La famosa “mancanza ontologica” di cui parla un altro grande psicanalista, Jacques Lacan. Quella ferita che ci portiamo dentro perché nessuno di noi può mai “essere tutto “ o “avere tutto”. (…) Naufragio o salvezza, allora, quando si parla dell’amore? In fondo, entrambe le cose. Visto che l’andare a fondo nell’abisso del vuoto è possibile anche se si resta da soli. E che l’amore, a patto che la fusione sia momentanea e la dipendenza non sia assoluta, ha il potere di farci approdare sulla riva della condivisione. Perché se è vero che da soli si è sempre incompleti, è anche vero che non si può mai chiedere all’altro di colmare il nostro vuoto. Il vuoto — quel segno tangibile della nostra vulnerabilità e dei nostri limiti, quella la traccia del bisogno che ci portiamo dentro e che ci spinge ad incontrare gli altri, ad avere dei progetti, a fare di tutto per realizzarli — lo si può solo attraversare. E il modo migliore per farlo, vincolati a un desiderio che è sempre desiderio di altro rispetto a ciò che una persona ci può dare, è proprio “con” l’altro. “Io amo con te”, allora. Scoprendo così che è soltanto “con” l’altro che il naufragare può essere dolce.

Michela Marzano

domenica 5 luglio 2015

Il tutto è anche il nulla

Se una foglia d’albero all’improvviso diventasse consapevole e conscia, la foglia vicina le sembrerebbe “altro da se”. Come potrebbe sapere che una foglia appesa a un altro ramo è parte di lei? Non può nemmeno accorgersi che una foglia appesa al suo stesso ramo fa parte di lei! Persino la foglia accanto a lei sembrerà altro da sé. Accade perché la consapevolezza della foglia è individuale.
Ma se la foglia entra nella propria interiorità, presto si renderà conto che la foglia vicina è appesa allo stesso ramo da cui pende anche lei, e che entrambe attingono la loro linfa vitale dalla stessa fonte. Se questa foglia va ancora più in profondità, si renderà conto che non solo il suo ramo, ma persino quello vicino fanno parte dello stesso albero e che la linfa vitale a cui attingono è una sola. E se giunge fino alle radici dell’albero, si accorgerà che tutti i rami e tutte le foglie fanno parte dello stesso albero.
E se questa foglia prosegue il suo viaggio ed entra nel cuore della terra, la terra da cui l’albero vicino è emerso, sarà consapevole che, insieme al suo albero, anche tutti gli altri sono figli della stessa madre: di Madre Terra. E nel caso in cui questa foglia vada ancora oltre, scoprirà che, in ultima analisi, tutto il cosmo non è nient’altro che la sua estensione, la sua ramificazione. Quindi, questa piccola foglia è solo un’estremità di questa immensa esistenza.
Una foglia è un individuo separato. Quando diventa consapevole di sé come parte e cessa di essere un individuo, diventa consapevole del tutto. Se ti fermi al primo risveglio e non indaghi oltre, e se ergi un recinto intorno alla sorgente della tua consapevolezza, ristagnerai come anima. Diverse religioni si sono fermate all’anima, non vanno oltre. Ma l’anima non è l’esperienza assoluta; queste religioni hanno percorso soltanto metà della strada. Se vai oltre, anche l’anima scomparirà e rimarrà soltanto dio o il tutto.
E come ho detto prima, se vai oltre, persino dio scomparirà e ciò che rimarrà infine sarà il nirvana o il vuoto. Oppure potremo dire che rimane il nulla. Quindi, coloro che hanno fatto un passo al di là di dio sono giunti al nirvana. Sono loro che parlano dell’abisso assoluto o del vuoto assoluto. Dicono che là non c’è più nulla: alla fine non c’è nulla, o c’è il nulla stesso.
La verità è questa: quando ti rendi conto del tutto, allo stesso tempo ti rendi conto anche del nulla. Il tutto è anche il nulla.


Osho, Vortici di energia

mercoledì 3 giugno 2015

L'Albatros


Spesso, per divertirsi, i marinai
catturano degli albatri, grandi uccelli dei mari,
indolenti compagni di viaggio delle navi
in lieve corsa sugli abissi amari.

L’hanno appena posato sulla tolda
e già il re dell’azzurro, maldestro e vergognoso,
pietosamente accanto a sé strascina
come fossero remi le grandi ali bianche.

Com’è fiacco e sinistro il viaggiatore alato!
E comico e brutto, lui prima cosi bello!
Chi gli mette una pipa sotto il becco,
chi imita, zoppicando, lo storpio che volava!

Il Poeta è come lui, principe delle nubi
che sta con l’uragano e ride degli arcieri;
esule in terra fra gli scherni, impediscono
che cammini le sue ali di gigante.

Charles Baudelaire

mercoledì 27 maggio 2015

Responsabilità


La celebrazione dell’Io, della sua autonomia, del suo potere deliberativo e della sua autoconsistenza, è una cifra sintomatica del nostro tempo. Il fantasma ipermoderno della libertà come dispiegamento dell’Io è la manifestazione fondamentale di questa follia. Di quale libertà si tratta? Di una libertà sganciata dalla responsabilità. Questo comporta la cancellazione della propria provenienza, delle proprie radici, del debito simbolico nei confronti dell’Altro. Il fantasma della libertà rifiuta, insieme all’esperienza del limite, la discendenza, l’esperienza stessa della filiazione, rifiuta il nostro essere figli. L’affermazione dell’Io avviene contro l’esistenza dell’Altro, contro la trascendenza del linguaggio che impone all’umano la necessità di subordinarsi alla Legge della parola. 

Massimo Recalcati

giovedì 14 maggio 2015

"Mi capirete tra cinquant'anni"

Nel 1887 Nietzsche scriveva: «Il nichilismo è alle porte: da dove ci viene costui, il più inquietante degli ospiti?». Dopo questo annuncio, qualche mese dopo scriveva: «Mi capirete tra cinquant'anni». Noi ce ne abbiamo messi centocinquanta per comprenderlo, ma già nel 1956 Martin Heidegger scriveva: «Nietzsche chiama il nichilismo "il più inquietante fra tutti gli ospiti", perché ciò che esso vuole è lo spaesamento come tale. Per questo non serve a niente metterlo alla porta, perché ovunque, già da tempo e in modo invisibile, esso si aggira per la casa. Ciò che occorre è accorgersi di quest'ospite e guardalo bene in faccia».  
Guardare bene in faccia il nichilismo significa abbandonare quelle che io considero "parole della passività" come "speranza", "augurio", "auspicio", che lasciano intendere che qualcuno provvederà a darci un futuro e a noi non resta che attenderlo. Non è così. Nietzsche invita al "nichilismo attivo", che può prendere avvio solo guardando bene in faccia il nichilismo che lui così definisce: «Manca lo scopo, manca la risposta al "perché?". Che significa nichilismo? Che i valori supremi perdono ogni valore».  
Ora, che i valori si svalutino non è un grosso problema. I valori non sono entità metafisiche che scendono dal cielo o hanno fondamenti immutabili. I valori sono dei semplici coefficienti sociali con cui una società cerca di vivere con la minor conflittualità possibile. Prima della Rivoluzione Francese, ad esempio, la società era ordinata secondo valori gerarchici, dopo la rivoluzione la società si regolò, almeno formalmente, secondo valori di cittadinanza. Se i valori non cambiassero saremmo ancora all'età dei babilonesi. Nichilismo è quando un sistema di valori crolla e non ne nasce un altro. O, come diceva Hölderlin: «Che più non son gli dèi fuggiti e ancor non sono i venienti».  
Più importante è che "manca lo scopo". Il futuro, che la cultura occidentale, su ispirazione cristiana, ha sempre pensato come una "promessa" o almeno come una "speranza", oggi appare come una minaccia, o perlomeno, soprattutto per i giovani, come "imprevedibile". E quando il futuro è imprevedibile retroagisce come demotivazione. "Perché devo studiare? Perché devo lavorare?". A questo punto, come dice opportunamente Nietzsche: «Manca la risposta al perché». "Perché devo impegnarmi?" E al limite, "Perché devo vivere?".  
Se questa è la situazione, e la situazione è questa, accanto alla strada del "nichilismo passivo" di chi si rassegna, abbiamo la strada del "nichilismo attivo" di chi, per averlo guardato bene in faccia, non si nutre di attese, speranze o auspici, ma prende in mano la sua vita, partendo da lì, perché il giovane sa che il futuro è comunque suo, e se non se lo prende, nessuno glielo regala. Circa il modo di prenderselo, la scelta la lascio a voi giovani. Avete la biologia a vostro vantaggio e, se la rassegnazione non vi divora, anche la fantasia. Forse vi serve solo un po' di forza d'animo. Uscire dall'attesa e usare più attivamente la fantasia. È la sola possibilità per i giovani d'oggi di vincere la passività della rassegnazione.


Umberto Galimberti

giovedì 16 aprile 2015

La società dell'incertezza

La storia è piena di massacri e omicidi di massa commessi nel nome della "unica e sola" verità (ad essere precisi, l'ultima espressione è un pleonasmo: la verità può essere "unica" oppure falsa; per ricorrere all'idea di verità, è necessario che la falsità di ogni altra convinzione sia implicita, mentre "verità" al plurale una contraddizione in termini). Al contrario è difficile individuare anche un solo esempio di atto di crudeltà perpetrato in nome della pluralità e della tolleranza. Gli intrepidi conquistatori degli infedeli, i cardinali della Santa Inquisizione, i leader delle guerre di religione non eccellevano più di Hitler o Stalin quanto a relativismo o amore del pluralismo. Eppure capita di sentire ancora che "se Dio non esiste, allora tutto è permesso", sebbene la storia insegni che si è verificato proprio l'opposto: se Dio c'è, non c'è crudeltà, anche atroce ed efferata, che non si possa commettere nel Suo nome. Come conseguenza ancor più decisiva, gli uomini che perpetrano tali crudeltà non si riconoscono alcuna responsabilità e quindi non corrono il rischio di essere condannati dalla loro coscienza per le atrocità commesse. Non voglio impegnarmi in una disputa teologica sull'esistenza o sulla non esistenza di Dio. Nel discorso precedente (e, ancora più importante, nell'uso/abuso politico filosofico del suo nome) "Dio" sta per l'idea di "unico e solo", rimanda all'idea del "tu non avrai altro dio all'infuori di me" in tutte le sue possibili interpretazioni e incarnazioni: "Ein Volk, ein Reich, ein Fuhrer, unico partito, unico verdetto della storia, unica direzione del progresso, unico modo di essere umani, unica ideologia (scientifica), unico vero significato, unica filosofia riconosciuta. In tutti questi esempi, "unico/a" trasmette un solo messaggio: il diritto al monopolio del potere per alcuni, il dovere della totale obbedienza per altri. Proprio nella battaglia contro questa "unicità", l'individuo ha potuto affermarsi come soggetto morale, come soggetto responsabile che prende coscienza della propria responsabilità. La "molteplicità" dice Marquard, "proprio la diversità molteplice rappresenta la possibilità umana della libertà". Marquand usa le affinità etimologiche del tedesco "Zwifel" (dubbio) con "zwei" (due): la presenza di due (o più) convinzioni, che attraverso la loro controversia perdono gran parte della propria forza, permettono all'essere umano "come un Terzo che ride e piange, di emanciparsi dal potere di entrambe". E' vantaggioso per l'uomo, in quanto individuo, "avere molte convinzioni", "avere molte tradizioni e storie e molte anime nel petto", "avere molti dei e molti punti di orientamento".
Essere libero non significa non credere in nulla, ma riporre la propria fiducia in molte cose: troppo numerose per il conforto spirituale di una cieca obbedienza; significa essere consapevole che vi sono troppe credenze e convinzioni egualmente importanti e convincenti perché si possa assumere un atteggiamento sbadato o nichilista di fronte al compito di una scelta responsabile tra di esse. E sapere che nessuna scelta mette al riparo dalla responsabilità delle sue conseguenze. E che perciò scegliere non significa aver risolto il problema della scelta una volta per sempre e neppure il diritto a mettere a riposo la propria coscienza. La voce della coscienza, che è la voce della responsabilità, è percepibile solo nella discordanza di suoni dissonanti. Il consenso e l'unanimità preannunciano la tranquillità del cimitero (la "comunicazione perfetta" di Habermas, che misura la propria perfezione sulla base del consenso e dell'eliminazione del dissenso, è un altro sogno mortale che propone una cura definitiva ai mali della libertà); nel cimitero del consenso universale, la responsabilità, la libertà e l'individuo esalano il loro ultimo respiro. La voce della responsabilità è il primo vagito dell'individuo umano. La sua presenza è il segno della vita individuale. Non necessariamente, però, è indice di una vita felice, se felicità significa l'assenza di preoccupazioni (una definizione di felicità altamente discutibile, anche se molto diffusa). L'accettazione della responsabilità non è un compito facile: non solo perché introduce il tormento della scelta (che comporta sempre una perdita e un guadagno), ma anche perché preannuncia la perenne preoccupazione di avere compiuto un errore.

Zygmunt Bauman da La società dell'incertezza

domenica 22 febbraio 2015

Il corpo di dolore

Il più grande ostacolo all’Essere è l’identificazione con la propria mente, che rende compulsivo il pensiero. Non essere capaci di smettere di pensare è un’afflizione terribile, ma non ce ne rendiamo conto perché quasi tutti ne soffrono, per cui è considerato normale. 
Sapete liberarvi dalla mente quando volete? Avete scoperto il pulsante per “spegnerla”? No, quindi è la mente ad usare voi. Inconsapevolmente vi identificate con la vostra mente, per cui non sapete nemmeno di esserne schiavo. Nel momento in cui cominciamo a osservare l’entità pensante, si attiva un livello più elevato di consapevolezza. Allora cominciate a capire che vi è un vasto regno di intelligenza al di là del pensiero, e che il pensiero è solo un aspetto minuscolo di tale intelligenza. Capite inoltre che tutte le cose davvero importanti (bellezza, amore, creatività, pace interiore) nascono al di là della mente. Così cominciate a risvegliarvi. 
Potete davvero liberarvi dalla mente. Potete cominciare da subito, ascoltando la voce nella vostra testa quanto più spesso possibile. Prestate particolare attenzione a eventuali schemi di pensiero ripetitivi, quei vecchi dischi di grammofono che ci suonano in testa forse da molti anni è questo che intendo per “osservare colui che pensa”, il che significa ascoltate la voce nella testa, siate lì come presenza testimone. Quando ascoltate questa voce, ascoltatela in maniera imparziale, ossia non date giudizi. Non giudicate o condannate ciò che sentite, perché questo vorrebbe dire che la stessa voce è rientrata dalla porta di servizio. Questa reazione dell’Io sono, questo senso della propria presenza non è un pensiero, nasce al di là della mente. Così quando ascoltate un pensiero siete consapevoli non solo del pensiero ma anche di voi stessi testimoni del pensiero. Il pensiero allora perde il suo potere su di voi e rapidamente si placa, perché voi non fornite più energia alla mente attraverso la vostra identificazione con essa. Questo è l’inizio della fine del pensiero involontario e compulsivo. 
A questo punto si ha esperienza di una discontinuità nel flusso mentale, un intervallo “senza mente”. Dapprima gli intervalli saranno brevi, poi si allungheranno. In questo stato di sintonia interiore, si è molto più vigili, più svegli rispetto allo stato di identificazione con la mente. Si è totalmente presenti. Questo stato innalza la frequenza di vibrazioni del campo energetico che dà vita al corpo fisico. 
Invece di osservare “colui che pensa” si può anche creare un intervallo nel flusso mentale semplicemente rivolgendo il centro dell’attenzione all’Adesso. 
Nella vita quotidiana potete fare pratica di questo metodo prendendo ogni attività di routine che normalmente è solo un mezzo per raggiungere un fine e dedicarvi la massima attenzione, in modo che diventi un fine in sé. 
Voi vi identificate con il pensiero, traete il vostro senso di sé dal contenuto e dall’attività della vostra mente. Ritenete che se smettesse di pensare cessereste di esistere. Diventando adulti vi formate un’immagine mentale di voi stessi basata sul vostro condizionamento personale e culturale. Possiamo chiamare ego questo sé fantasma. È costituito dall’attività mentale e può essere mantenuto in vita solo con un pensiero continuo. Per l’ego, il momento presente quasi non esiste. Solo il passato e il futuro sono considerati importanti. Si preoccupa sempre di mantenere vivo il passato, perché senza di esso chi siamo noi? Si proietta costantemente nel futuro per garantirsi la propria sopravvivenza e per cercarvi qualche genere di liberazione o di appagamento. Anche quando l’ego sembra preoccuparsi del presente, non è il presente ciò che vede: lo percepisce in modo completamente sbagliato perché lo osserva con gli occhi del passato. Oppure riduce il presente a un mezzo rivolto a un fine, un fine che sta sempre nel futuro proiettato dalla mente. 
Il pensiero è solo un piccolo aspetto della consapevolezza e non può esistere senza la consapevolezza, ma la consapevolezza non ha bisogno del pensiero. Nello stato illuminato si è liberi dal dialogo interno involontario, e vi è quiete interiore. 
La mente è essenzialmente una macchina per la sopravvivenza, ma non è affatto creativa. La mente non è solo pensiero. Include le emozioni nonché tutti gli schemi reattivi mente-emozioni. L’emozione nasce nel punto di incontro fra corpo e mente. Se veramente volete conoscere la mente, il corpo ve ne darà sempre un riflesso veritiero. In effetti, più la mente si sforza si sbarazzarsi del dolore, più grande è il dolore stesso. Sostanzialmente, tutte le emozioni sono variazioni di un’unica emozione primordiale indifferenziata che ha origine nella perdita di consapevolezza di ciò che siete al di là del nome e della forma. Potremmo chiamarla paura oppure semplicemente dolore. La mente non può mai trovare la soluzione, né può premettere a noi di trovarla, perché è essa stessa una parte intrinseca del “problema”. Emozione letteralmente significa “sconvolgimento”; il termine deriva dal latino emovere che significa “sconvolgere”. Le emozioni, facendo parte della mente dualistica, sono soggette alla legge dei contrari. Questo significa che non potete avere il bene senza il male. 
Il piacere deriva sempre da qualcosa che è al di fuori di voi, mentre la gioia nasce dall’interno. Il vero amore non fa soffrire. Come potrebbe? Non si trasforma improvvisamente in odio, così come la vera gioia non si trasforma in dolore. 
Il desiderio è la mente che cerca salvezza o appagamento nelle cose esteriori e nel futuro come sostituti per la gioia dell’Essere. Non bisogna liberarsi del desiderio o “raggiungere” l’illuminazione. Bisogna essere presenti. Bisogna diventare osservatori della mente.
Fintanto che non siete in grado di accedere alla potenza dell’Adesso, ogni dolore emozionale di cui avete esperienza si lascia dietro un residuo di dolore che continua a vivere in voi. Si mescola al dolore proveniente dal passato, che era già lì, e si annida nella vostra mente e nel vostro corpo. Questo naturalmente include il dolore che avete sofferto da bambini, causato dall’inconsapevolezza del mondo in cui siete nati.
Questo dolore accumulato è un campo di energia negativa che occupa il corpo e le mente. Il corpo di dolore emozionale, ha due modi di essere: latente e attivo. Può essere latente per il 90% del tempo; in una persona profondamente infelice, però, può essere attivo fino al 100% del tempo.
Il corpo di dolore vuole sopravvivere , al pari di ogni altra entità esistente, e può sopravvivere solo se vi indice a identificarvi inconsapevolmente con esso. Deve alimentarsi tramite voi. Si nutrirà di ogni esperienza che entri in risonanza con il suo stesso tipo di energia, ogni cosa che crei ulteriore dolore sotto qualunque forma: collera, capacità distruttiva, odio, afflizione, dramma emozionale, violenza, perfino malattia. Così il corpo di dolore, quando si è impadronito di voi, crea nella vostra vita una situazione che riflette la sua frequenza energetica, in modo da trarne nutrimento. Il dolore può alimentarsi solo di dolore. Una volta che il corpo di dolore si è impadronito di voi necessitate di altro dolore. La sua sopravvivenza dipende dalla vostra identificazione inconsapevole con esso, nonché dalla vostra paura inconsapevole di affrontare il dolore che vive in voi. Ma se non lo affrontate, se non portate nel dolore la luce della consapevolezza, sarete costretti a riviverlo ripetutamente. 

Nel momento in cui lo osservate, ne avvertite in voi il campo energetico e vi rivolgete la vostra attenzione, l’identificazione è interrotta. Così avete raggiunto il potesse di Adesso. L’inconsapevolezza lo crea; la consapevolezza lo trasforma in se stessa. San Paolo disse: Ogni cosa si rivela con l’esposizione alla luce, e tutto ciò che è esposto alla luce diventa a sua volta luce”. Se lo combattete creereste un conflitto interiore e pertanto ulteriore dolore. Osservarlo è sufficiente. Implica accettarlo come parte di ciò che esiste in quel momento. Il corpo di dolore si compone di energia vitale intrappolata che si è staccata dal nostro campo energetico totale ed è diventata temporaneamente autonoma attraverso il processo innaturale di identificazione con la mente.
Sebbene voi smettiate di fornirgli energia il corpo di dolore come una trottola continua a girare per un po’ fin quando non è più caricato. In questa fase può anche creare dolore e sofferenza fisici in varie parti del corpo, che però non dureranno a lungo. È come se il dolore divenisse combustibile per la fiamma della consapevolezza, che di conseguenza brucia più vivida.

da Il Potere di Adesso, Eckart Tolle

martedì 13 gennaio 2015

Il pensatore e il pensiero

Quando vi osservate con molta attenzione, quando siete consapevoli senza scelta di ogni pensiero, di ogni sentimento, allora scoprite che c’è un pensatore e c'è il pensiero; che c’è un'entità che esperisce, un osservatore, e c’è l’esperienza, l'osservato. Questo è un fatto, non è così? C’è un censore, un'entità che giudica, valuta, pensa, osserva; e c’è la cosa che viene osservata. Perciò c’è un pensatore e c’è il pensiero, c'è una divisione fra il pensatore e il pensiero. Il pensatore cerca di dominare il pensiero, di cambiarlo, di modificarlo, di controllarlo, di forzarlo, cerca di imitare e così via. Questa divisione tra pensatore e pensiero crea conflitto perché il pensatore è sempre il censore, l’entità che giudica, che valuta. Tale entità è condizionata, perché nasce come reazione al pensiero, che è esso stesso una mera reazione di condizionamento, di memoria. Capite signori? Questa è una cosa molto semplice, che voi stessi potete scoprire.


Krishnamurti, The Collected Works vol XIII, p 90

sabato 10 gennaio 2015

Je ne suis pas Charlie



Non siete Charlie. 
E neanche io.

Charlie ha espresso idee profondamente libere, e offensive per altre religioni. 
Io no. 
Voi no.
Voi siete quelli che si dichiarano laici e poi vanno a sposarsi in chiesa, perché mamma ci tiene.
Voi siete quelli che non vanno a messa ma il figlio lo fanno battezzare, perché si fa così. E poi lo mandate a catechismo.
O peggio, a messa ci andate.
Non siete Charlie. 
Né io né voi abbiamo la libertà di Charlie, o il suo coraggio.
Noi viviamo in un paese in cui la libertà di espressione di Charlie non esiste. 
E se la pensate diversamente, se credete che in Italia esista la libertà di espressione, andate a vedervi le classifiche sulla libertà di stampa.
Quello di Charlie, per cominciare, è un dramma che ha luogo in un paese laico.
Il vostro paese non lo è. Se foste Charlie, avreste fatto qualcosa in questa direzione.
Io non sono Charlie. 
Perché il mio diritto di satira non l’ho mai esercitato in faccia a pericolosi integralisti. 
E come me, nessuno dei miei colleghi.
Perché se fai la battuta sbagliata ci puoi anche lasciare la pelle. E noi alla pelle ci teniamo. Abbiamo il mutuo.
Non dite che siete Charlie, colleghi.
Che da noi ci sono i dieci comandamenti di Benigni. Non i dieci comandamenti di George Carlin.
Non dite che siete Charlie, gentile pubblico, che poi mi arrivano minacce di morte se dico in televisione che uno con il camper sta nei coglioni.
Da queste parti, uno come Charlie ce lo sogniamo. 
Anche per questo siamo pronti a indossare il dolore altrui, sentirci paladini di una libertà che non abbiamo perché  semplicemente non ce la siamo guadagnata. A noi è sempre andata bene così, siamo gente che prende volentieri le scorciatoie. Odiamo facile, sbandieriamo facile. Poi manifestiamo, cambiando foto del profilo.
Perché dico queste cose impopolari? Che non mi porteranno alcun giovamento? Perché in mezzo a tutto questo coro di sdegno, e improvviso falso coraggio, credo sia doveroso per rispetto verso Charlie, che qualcuno vi dica chiaramente:
"col cazzo che voi siete Charlie".

Fabrizio Casalino

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