lunedì 17 ottobre 2011

La letteratura educa i sentimenti

Dal momento che vent'anni di televisione commerciale hanno fatto perdere ai nostri ragazzi qualsiasi interesse per la cultura, e dal momento che il denaro è diventato, soprattutto negli ultimi anni, il generatore simbolico di tutti i valori, è ovvio che, non capendo più che cosa è bello, che cosa è buono, che cosa è giusto, che cosa è sacro, i nostri ragazzi capiscano solo che cosa è utile. E da questo punto di vista la letteratura è proprio inutile. Anche se ogni cosa è utile a qualcos'altro, e questo qualcos'altro è utile a qualcos'altro ancora, per cui se non si approda a qualcosa di inutile, tutte le catene di utilità diventano insignificanti e prive di senso. 
La letteratura serve per educare i nostri sentimenti, che non abbiamo come dote naturale ma come evento culturale. La natura infatti ci fornisce gli "impulsi" che hanno come loro espressione non la parola, ma i gesti. Il bullismo, per esempio, non è un fenomeno di mancata educazione, ma un vero e proprio arresto psichico di chi non si è evoluto dall'impulso per pervenire all'emozione. 
L'"emozione" è già un evento psichico che segnala la risonanza emotiva che gli eventi del nostro mondo, e le risposte che noi diamo a essi, producono in noi. Quando i nostri giovani dicono che al sabato sera in discoteca si calano una pastiglia di ecstasy per "emozionarsi", segnalano che per passare dall'impulso all'emozione hanno bisogno della chimica. E così denunciano che la loro psiche è apatica e non registra alcuna risonanza emotiva a quanto in generale avviene intorno a loro. Quanti delitti o spaventosi atti di crudeltà avvengono senza movente, per la mancanza di una risonanza emotiva relativa ai propri gesti che i nostri ragazzi chiamano "noia"? 
Dall'emozione si passa al "sentimento", che non è un tratto naturale, ma culturale. A differenza dell'emozione, il sentimento è un elemento cognitivo. Kant dice ad esempio che la differenza tra il bene e il male ognuno la "sente" naturalmente da sé. Le mamme capiscono i bisogni dei loro neonati, che ancora non parlano, perché li amano. Gli innamorati capiscono il significato recondito di ogni gesto dell'altro, perché si amano. 
Tutti i popoli hanno imparato i sentimenti attraverso narrazioni mitiche. Se guardiamo l'Olimpo degli antichi Greci, vediamo che gli dèi altro non sono che la descrizione delle passioni e dei sentimenti umani: Zeus il potere, Atena l'intelligenza, Afrodite la sessualità, Ares l'aggressività, Apollo la bellezza, Dioniso la follia. Senza più dèi, oggi impariamo a conoscere i sentimenti attraverso la letteratura che ci insegna cos'è l'amore in tutte le sue varianti, e cosa sono il dolore, la disperazione, la speranza, la noia, lo spleen, la tragedia, la gioia. Una volta appresi questi sentimenti, siamo in grado di conoscere quello che proviamo, e, grazie alla descrizione letteraria, anche il corso e l'evoluzione del nostro stato d'animo. Questo è molto importante, perché è angosciante soffrire senza sapere di che cosa, così come suicidarsi perché l'angoscia non conosce il percorso dei sentimenti e il loro approdo, che un tempo i miti descrivevano, e oggi la letteratura descrive.

Umberto Galimberti

venerdì 7 ottobre 2011

Il mistico per Wittgenstein

Per Wittgenstein il mistico si riferisce a tutta quella sfera di valori che noi non possiamo affrontare superficialmente nel linguaggio: i valori religiosi, quelli estetici, il senso della vita. Sono aspetti che noi non dobbiamo e non possiamo formulare in modo certo perché se noi provassimo a farlo loro perderebbero quell’universalità che detengono nella misura in cui sono invece consegnati al silenzio. Per Wittgenstein il mistico c’è, esiste ed è l’inconoscibile.
Wittgenstein disse al suo primo editore: “buongiorno, gli ho portato il mio libro, si chiama il Tractatus logico-philosophicus, è costituito da due parti, una scritta e una non scritta. Bene, sappia che quella non scritta è di gran lunga quella più importante.”
Alla parte non scritta del libro era consegnato quello che secondo Wittgenstein a noi e anche a lui premeva di più: i sentimenti, i valori etici, la bellezza, insomma il senso della vita.
Alla sfera del mistico è consegnato tutto ciò che noi avvertiamo profondamente ma che non possiamo dire esplicitamente.
Il tema del silenzio è importante e per questo Wittgenstein dice: “chi mi ha seguito sin qui avrà probabilmente scoperto che le mie proposizioni sono prive di senso perché ciò di cui non si può parlare si deve tacere”.
Il silenzio che invoca Wittgenstein è il silenzio che emerge alla fine di un bel concerto, di un’opera, di un bel libro, dice: “io vi ho spiegato a quali fraintendimenti sono spesso esposti i nostri  punti di vista, vi ho anche insegnato che sono un non senso e probabilmente anche le mie stesse proposizioni lo sono ma almeno loro vi indicano il modo come evitarle. Da questo momento in poi, quindi, per favore, tacete.”
Perché dice questo?....per non cadere nei tanti non sensi a cui la stessa sua opera si è esposta, perché l’inesprimibile per Wittgenstein è il vero protagonista. L’indicibile è la cosa più importante della vita umana. Quindi è come se quello che nella vita non si può esprimere costituisse l’incantevole sfondo sul quale quello che è espresso acquista finalmente un significato vero.

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