venerdì 30 maggio 2014

L'amore ci chiede innocenza


Quando incontriamo l'amore non racchiudiamolo nei contatti fisici, non tratteniamolo nelle nostre difese, e neppure affoghiamolo nelle turbolenze dei nostri sentimenti. L'amore, comunque si presenti, apre un mondo: il mondo della vita ben diverso dalla semplice sopravvivenza. Ma per questo non dobbiamo leggere l'amore a partire dal nostro desiderio, che è troppo angusto per esserne all'altezza. Non possiamo attenderlo nelle modalità che ci siamo costruiti a partire dalla nostra educazione, dai nostri principi, dal concetto che abbiamo di noi, dalla letteratura che abbiamo frequentato, dall'esperienza che abbiamo maturato.
L'amore ci chiede innocenza. Quella del bambino che si apre al mondo. Perché il dono che ci fa amore, non è la persona che ce lo suscita, ma il mondo che, attraverso quella persona, si dischiude ai nostri occhi. Un mondo mai visto perché le nostre difese, in quell'occasione, sono cadute. E, con le difese, anche i nostri modi, lussuriosi o pudichi, di concepire l'amore.
Vertigine del pensiero che si trova tra pensieri mai pensati, tonalità affettiva per le cose di tutti i giorni che, per consuetudine, prima ci erano indifferenti, luminosità dello sguardo che si è aperto in modo del tutto nuovo sul mondo, parole nuove rispetto a quelle abituali che prima dicevamo e sentivamo. La nostra anima, come effetto di ogni incontro d'amore, ci cede il suo segreto e ci fa conoscere quel mondo sconosciuto che noi siamo e, fino ad allora, ignoravamo. Questo è l'amore, e non l'altro che ci ama o non ci ama come vorremmo che lui ci amasse. Perché quando le nostre attese pregiudicano l'amore, già abbiamo perso l'innocenza, e con essa la chiave che ci porta alla scoperta di tutte le nostre parti segrete che, con l'avanzare degli anni, rischiano di morire senza essere mai nate.
Ma per accedere ai doni dell'amore dobbiamo in qualche modo mettere da parte il nostro io e la nostra abituale visione del mondo, perché l'altra parte di noi stessi possa emergere, sorprenderci e sconvolgerci. Amore infatti non è una cosa tranquilla, delicata, gentile, comprensiva, rispettosa, e tanto meno suggello di fede eterna, che è un desiderio troppo rassicurante per il lavoro che amore compie quando, bruscamente, ci sveglia dalla consuetudine monotona della nostra esistenza, dall'immagine ben strutturata della nostra identità, dai nostri desideri che cercavano appagamento quando invece amore è sconvolgimento.
Solo se comprendiamo queste cose ci portiamo all'altezza dell'amore che una sola cosa vuole: che la nostra vita non prosegua più sul binario stanco sul quale le nostre difese, e allo stesso modo, le nostre attese lo avevano incanalato, sotto il regime del nostro io che si difendeva dall'altra parte di noi stessi che pure invocava di vivere. Comunque si presenti, chiede l'innocenza del bambino che si apre al mondo senza difese, per svelarci ciò che non sapevamo di essere. Per questo, come scrive il teologo ortodosso Christos Yannaras, «è il solo reale superamento della morte».

Umberto Galimberti

martedì 13 maggio 2014

L' amore è un pericolo da correre in due



DOMANDA

Nonostante la mia giovane età, non riesco più a sopportare il peso di un fardello che mi porto dentro da molto e che è riuscito oramai ad influenzare anche le mie relazioni interpersonali. Dopo anni di autoanalisi sono finalmente giunta alla sorprendente conclusione che preferisco allontanare chiunque mi si presenti, sia perché ho il terrore che egli "scompaia", derubandomi di una parte o della totalità della mia persona, sia perché in fondo ho paura che io stessa, per mia natura, potrei "distruggerlo", annullandolo a mia volta. Forse, più semplicemente, non faccio al mio prossimo ciò che non vorrei venisse fatto a me. Inoltre, nonostante mi sia resa conto di non essere l'unica ad attuare questo processo, non riesco a trarne alcuna consolazione.
Perché lo si fa? È paura di amare o incapacità di amare per troppo amore di sé? Vorrei una risposta, che valga per me e anche per altri
che ho conosciuto e sembrano mostrare i miei stessi sintomi, in modo da poter finalmente "riposare". Se fossi pavida potrei sperare col tempo di essere adatta ad amare. Se fosse narcisista potrei giungere, sempre col tempo, a una serena rassegnazione riguardo la mia incapacità di amare, anche se è doloroso constare la mancanza dell'unica cosa che non posso avere, cioè la capacità di provare vero amore.

RISPOSTA

La sua giovane età giustifica il fatto che la sua lettera sia piena di "io". Un io difensivo che ha paura di farsi male innamorandosi, e un io, che si suppone offensivo e distruttivo, che ha paura di far male all'altro se lo fa innamorare.
Potremmo pensare a un io che ha ancora bisogno di costruire se stesso, come diceva Freud, e che per questo si difende dall'amore che è violazione della propria integrità. Se le cose stanno così lasci tempo al tempo, e quando il suo io, dopo essersi costruito adeguatamente, finirà per annoiarsi di se stesso, si aprirà all'altro. Non per amare l'altro come solitamente si crede, ma per tenersi accanto chi le ha consentito di scoprire l'altra parte di sé, che il suo io non conosce e teme, ma di cui propriamente ci si innamora. Non ci innamoriamo infatti di chiunque, ma solo di chi intercetta l'altra parte di noi stessi e quindi ci svela.
Questa è anche l'essenza del pudore, che non è una faccenda di vesti o sottovesti, ma il rifiutarsi di mettersi a nudo con chi, del sottosuolo della nostra anima, non ci ha svelato nulla. Questo è il limite della libertà sessuale del nostro tempo che, nel mettere a nudo i corpi, non coinvolge l'anima, non destruttura l'io, non dischiude l'abisso di noi stessi, e così ci impedisce di conoscere quel che "in fondo" siamo, e che cosa da questo fondo possiamo generare, al di là dell'orizzonte ristretto del nostro io, che Freud ha opportunamente definito un "precipitato di difese".
Ne è prova il fatto che dopo ogni storia d'amore, finisca bene o male, non siamo più quello che eravamo. Una generazione è avvenuta. Un io nuovo più capace di affrontare la vita di quello antico, prima che amore lo destrutturasse e facesse crollare le mura che lo difendevano dall'altra parte di se stesso, da cui solamente può scaturire nuova forza di vita. Per questo desideriamo l'amore e al contempo lo temiamo. Lo desideriamo perché non ci stiamo più nei panni divenuti troppo stretti dell'io con cui finora siamo cresciuti, e al tempo stesso lo temiamo perché l'io teme di abbandonare gli ormeggi con cui ci siamo difesi dalla follia che ci abita e verso cui ci conduce amore.
In amore, infatti, l'io diventa passivo, e per questo parliamo di "passioni", perché l'io patisce l'altro, senza che la sua razionalità possa opporre una qualche resistenza, in un momento magico, esaltante e anche minaccioso, in cui si viene a contatto, grazie a chi ce ne facilita l'accesso, a quell'ignoto che noi stessi siamo e che, dal punto di vista dell'io, si chiama "follia".
La follia d'amore che, a differenza della follia patologica, ha il pregio di essere breve. Perché nell'altra parte di noi stessi non possiamo dimorare se non per brevi attimi, giusto il tempo di dire: «Mi fai impazzire», «con te perdo la testa», e di fatto in quei momenti l'abbiamo già perduta.
Questo è l'amore: violazione dell'io, perché possa emergere la parte ignota di noi stessi, da cui un nuovo io possa rinascere, come ogni adolescente sperimenta con fascino, sorpresa, straniamento e anche dolore, in quella stagione della vita in cui il nostro io subisce le più profonde trasformazioni. 

Umberto Galimberti

mercoledì 7 maggio 2014

Orgoglio e solitudine



"Vi sono molte solitudini: la più insormontabile è quella che noi stessi ci costruiamo come se con le mani impastassimo la calcina che dovrebbe colmare anche i più sottili interstizi delle pietre di cui è fatta la nostra cella. C'è un orgoglio nato dalla disperazione in quest'ultima solitudine, ma respirarne a lungo è morire".

Ferruccio Masini

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